Terapia intensiva e coronavirus: cosa succede?

Introduzione

La malattia da coronavirus (COVID-19) causata dal virus SARS-CoV-2 è una patologia con sintomatologia molto variabile. Alcuni individui infettati infatti non sviluppano alcun sintomo, altri sviluppano sintomi lievi mentre solo una minoranza si infetta in maniera grave e presenta una sintomatologia che richiede il ricovero in un reparto medico o in una terapia intensiva.

Medico in terapia intensiva che si occupa di un paziente

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Sintomi

I sintomi più comuni della malattia da coronavirus sono:

Studi ed osservazioni recenti hanno dimostrato inoltre che i pazienti affetti possono sviluppare anche:

  • Anosmia o Iposmia, ovvero una diminuzione della sensazione olfattiva o addirittura una perdita della sensibilità agli odori.
  • Ageusia ovvero una diminuzione/abolizione della sensibilità al gusto.

Si tratta nella maggior parte dei casi di sintomi lievi, che non provocano particolari problemi nei pazienti affetti e che passano spontaneamente nel giro di pochi giorni.

Una piccola percentuale degli individui affetti presenta invece sintomi gravi che, semplificando, si possono riassumere con una grave difficoltà respiratoria (dispnea).

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Chi è a rischio?

Circa 1 persona su 6 affetta da COVID-19 si ammala gravemente e sviluppa difficoltà respiratorie. Le persone più a rischio sono:

Questi individui hanno maggiori probabilità di sviluppare una malattia grave; si tratta in molti casi del cosiddetto paziente fragile, mentre va notato che i bambini fortunatamente sembrano essere pressoché immuni al virus.

Complicazioni

L’infezione da coronavirus nella maggior parte dei casi coinvolge esclusivamente le vie aeree superiori, causando lo sviluppo della sintomatologia descritta; talvolta invece, in particolare nei soggetti più suscettibili, il virus può attaccare anche le vie aeree inferiori innescando una polmonite caratterizzata una sintomatologia molto più grave.

Nel caso in cui vengano intaccati i polmoni si sviluppa una polmonite interstiziale virale, i cui principali sintomi sono:

  • importante insufficienza respiratoria
  • febbre alta

Nel caso in cui un paziente affetto da COVID-19 sviluppi tali sintomi si rende necessario il ricovero ospedaliero.

In corso di polmonite vengono intaccati gli alveoli polmonari, i protagonisti dell’ossigenazione del nostro sangue. Sono infatti gli alveoli polmonari a permettere, durante la respirazione, lo scambio di ossigeno e anidride carbonica tra il sangue e l’aria.

Se gli alveoli vengono attaccati dal virus si infiammano e non riescono più a funzionare come dovrebbero.

Terapia di supporto

Durante il ricovero il paziente viene trattato con una cosiddetta terapia di supporto, che prevede:

  • ossigenoterapia
  • attento e costante monitoraggio clinico

L’ossigenoterapia ha lo scopo di permettere al paziente, per quanto possibile, il mantenimento di un’ossigenazione sanguigna con una saturazione (SpO2) pari ad almeno il 90%. La saturazione di ossigeno è un indice del livello di ossigenazione dell’emoglobina presente nel sangue e si misura nella percentuale di emoglobina ricca di ossigeno rispetto a quella che ne è priva. I valori normali di SpO2 in condizioni fisiologiche in un paziente sano si aggirano intorno al 98%.

Il monitoraggio clinico permette inoltre l’identificazione precoce di segni o sintomi di scompenso e quindi di un peggioramento clinico. Nei pazienti affetti da COVID-19 il peggioramento è spesso molto rapido per cui è importante che i pazienti siano controllati attentamente in modo da poter identificare velocemente l’eventuale necessità di terapie di supporto avanzate.

MEWS

L’eventuale peggioramento clinico di un paziente viene valutato attraverso l’uso di scale standardizzate che permettono una rapida valutazione dei segni e sintomi del malato.

In particolare viene usata una scala chiamata mews (modified early warning score), che prevede la valutazione di pochi ma importanti parametri come:

  • frequenza respiratoria (numero di atti respiratori al minuto)
  • frequenza cardiaca (numero di battiti cardiaci al minuto)
  • pressione arteriosa (pressione del sangue)
  • temperatura corporea (eventuale comparsa di febbre)
  • sintomi neurologici

Questa scala permette al personale sanitario di distinguere:

  • un paziente stabile
  • un paziente instabile
  • un paziente in condizioni critiche

Ricovero in terapia intensiva

Nel caso in cui si sviluppi una polmonite da coronavirus il paziente può necessitare del ricovero in un reparto di terapia intensiva.

La polmonite intersiziale infatti causa l’incapacità di mantenere un’adeguata ossigenazione sanguigna, determinando nel paziente una situazione di grave ipossiemia (il livello di ossigeno in circolo nel sangue cala drasticamente).

Nonostante la polmonite sia una condizione reversibile e guaribile, il problema del paziente affetto da COVID-19 è proprio l’ipossiemia; il soggetto in queste condizioni sta sviluppando una ARDS, ovvero una sindrome da distress respiratorio acuto. Si tratta di una condizione grave che mette a rischio la vita del paziente che per questo motivo necessita di cure intensive. La ARDS infatti è una condizione in cui nell’intero polmone s’innesca un processo infiammatorio acuto che ne compromette la funzione.

L’ARDS è una condizione potenzialmente letale e le probabilità di morte sono elevate, per questa ragione il trattamento dev’essere il più tempestivo e rapido possibile.

Il malato ha una forte dispnea, la cosiddetta “fame d’aria” per cui si trova in una situazione di grosso disagio e necessita di un supporto alla respirazione, che può essere invasivo o non invasivo:

  • Ventilazione non invasiva (CPAP o NIV): viene effettuata mediante l’uso di speciali maschere o caschi ed è utilizzata a paziente sveglio e cosciente. È di solito il primo tentativo terapeutico che viene eseguito nel paziente con polmonite da COVID-19.
  • Ventilazione invasiva (intubazione endotracheale): Nel caso in cui la ventilazione non invasiva porti a scarsi risultati, il paziente necessita di una ventilazione invasiva mediante intubazione. In questo modo il polmone viene messo “a riposo”, per garantire maggiori probabilità di guarigione. È infatti il ventilatore polmonare, un macchinario che simula il movimento dei polmoni a compiere il lavoro respiratorio. L’intubazione avviene previa sedazione del paziente, che rimarrà tale per tutto il tempo in cui è ventilato.

Il paziente con ARDS necessita spesso di importanti attenzioni da parte del personale sanitario.

Una delle manovre cui viene sottoposto è la pronazione, ovvero viene messo per circa 18 ore al giorno a pancia in giù, un importante accorgimento che permette un netto miglioramento nell’ossigenazione. La pronazione è uno dei principi fondamentali nella terapia del paziente con COVID-19.

Monitoraggio del paziente in terapia intensiva

Il paziente con COVID-19 ricoverato in un reparto di terapia intensiva è sottoposto a stretto monitoraggio che prevede:

  • Controllo costante dei parametri vitali
  • Radiografie al torace che permettono di verificare eventuali miglioramenti o peggioramenti del quadro
  • TC torace, di più complicata esecuzione ma utili in alcuni casi di ARDS
  • Ecografie al torace, eseguite quotidianamente per la valutazione dell’andamento della polmonite
  • Ecocardiografie per il monitoraggio della funzione cardiaca

Cure farmacologiche

Non esistono al momento farmaci indicati specificamente per il trattamento del coronavirus. Il paziente con COVID-19 viene trattato in base alle esigenze cliniche con diversi farmaci:

  • Terapia fluidica, che consiste nel fornire un’adeguata idratazione del paziente
  • Terapia sedativa, necessaria per il mantenimento del paziente intubato
  • Terapia antibiotica, che viene utilizzata nel caso in cui il paziente abbia o sia a rischio di infezione batterica
  • Terapia antivirale: al momento non vi sono indicazioni specifiche sull’uso di farmaci antivirali
  • Terapia antipiretica: viene usato il paracetamolo per il controllo della temperatura

Guarigione

Nel paziente con COVID-19 dopo qualche giorno d’intubazione viene valutata la possibilità del cosiddetto “svezzamento” dal ventilatore, ovvero se il paziente è in miglioramento vengono fatti dei tentativi di respirazione autonoma. Ci vogliono spesso molti giorni affinché un paziente riprenda a respirare autonomamente. Spesso, inoltre, i malati di COVID-19 manifestano delle ricadute a livello respiratorio per cui il soggiorno in un reparto di terapia intensiva è molto lungo e si aggira attorno ad una media di 10 giorni.

Il paziente, una volta che riprende a respirare autonomamente e le sue funzioni vitali ritornano stabili, può essere trasferito in un reparto medico, dove comincerà la successiva fase di riabilitazione.

A cura della Dr.ssa Chiara Capuzzo, medico chirurgo

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Importante

Revisione a cura del Dott. Roberto Gindro (fonti principali utilizzate per le analisi http://labtestsonline.org/ e Manual Of Laboratory And Diagnostic Tests, Ed. McGraw-Hill).

Le informazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto medico-paziente; si raccomanda di chiedere il parere del proprio dottore prima di mettere in pratica qualsiasi consiglio od indicazione riportata.


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