COVID-19 e mortalità, cosa sappiamo davvero?

Premessa

La pandemia da nuovo coronavirus ha rappresentato un punto di svolta per i mezzi stampa del mondo intero: attraverso bollettini giornalieri e rassegne strutturate ogni giorno si tenta di stimare l’entità dell’emergenza, di fare inferenze sulla sua portata futura, di quantificarne in qualche modo il costo umano.

L’immediatezza con cui viaggia l’informazione nel 2020 rende infatti piuttosto semplice la diffusione dei dati del contagio; termini come incidenza, prevalenza, mortalità ed indice rt sono infatti entrati nel gergo comune, anche se il loro utilizzo è spesso improprio e in alcuni casi completamente fuorviante.

È proprio sul concetto di mortalità che si sono accesi i dibattiti e le polemiche più accesi: uno dei leitmotiv di questo periodo (e in particolare di chi tende a minimizzare l’impatto clinico dell’infezione da SARS-CoV-2)  è stata infatti l’affermazione secondo cui

“…chi muore con il coronavirus non necessariamente muore per il coronavirus…”

Interpretare con lucidità e criticità analitica i dati grezzi di un’epidemia mondiale non è una sfida semplice, per cui prima di approfondire quelle che sono le attuali evidenze in letteratura sulla mortalità da nuovo coronavirus è senz’altro utile fare chiarezza sul corretto utilizzo di certe denominazioni ed indicatori.

Grafico con numeri tipo mercato finanziario e virus in primo piano

iStock.com/MicroStockHub

Il tasso di letalità

Quando si sente parlare in maniera generica di “mortalità” ciò che viene inteso è quello che più propriamente si definisce tasso di letalità (in inglese case fatality rate). Tale indice viene calcolato dividendo il numero di morti tra i casi accertati di COVID-19 per il numero totale dei casi di COVID-19, moltiplicato per 100:

Tasso di letalità

Per fare un esempio pratico, se il totale ipotetico dei casi di COVID-19 fosse 100 e tra questi fossero morti in 10, il tasso di letalità sarebbe pari a 10%.

Una grande “leggerezza” (bias) di questo indice è che confronta il numero di morti confermate con quello dei casi confermati — non con quello dei casi totali. Ciò distorce la stima del rischio di morte reale, che in situazioni di rapida evoluzione come la pandemia che stiamo vivendo può essere molto lontano dal tasso di letalità.

Si può quindi affermare, in altre parole, che il tasso di letalità non deve essere letto come il rischio di morire in un paziente infettato dal virus.

Il tasso grezzo di mortalità

Il tasso grezzo di mortalità è un altro indice molto semplice che potrebbe sembrare di facile comprensione e significato intuitivo, anche se in realtà presenta sfumature sottili che lo rendono poco adatto alla reale stima del rischio di morire da COVID-19.

Misura la probabilità di morire con il coronavirus in un individuo qualsiasi della popolazione. Si calcola come rapporto tra il numero totale di morti per COVID-19 e il numero totale di abitanti della popolazione considerata, moltiplicato per 100:

Tasso grezzo di mortalità

Di nuovo, per fare un esempio, se il totale dei morti da COVID-19 fosse 10 e la popolazione totale fosse 1000, il tasso grezzo di mortalità sarebbe 1%.

Il tasso di mortalità per infezione

L’indice statistico-epidemiologico che con tutta probabilità è più vicino al concetto “reale” di mortalità inteso dalla popolazione generale è quello del tasso di mortalità per infezione, che rappresenta la quantità di morti calcolata tra tutti gli individui affetti, considerando anche i soggetti asintomatici e quelli non diagnosticati.

Il tasso di mortalità per infezione comprende quindi nel computo, in particolare al denominatore, tutti quei soggetti che non sono stati inclusi negli screening di popolazione adottati per il controllo della pandemia da SARS-CoV-2:

Tasso di mortalità per infezione

Il problema di questo rapporto è legato al fatto che è impossibile conoscere il numero esatto di individui affetti da una patologia nel pieno corso di un’epidemia su scala globale: non è infatti pensabile di testare nello stesso momento l’intera popolazione mondiale, anche se si tratterebbe dell’unico modo reale per calcolare con esattezza il Ti.

Attraverso modelli statistici avanzati è però possibile stimare il totale “istantaneo” degli individui affetti: in tale lavoro si cimentano gli specialisti epidemiologi e statistici, e secondo i più recenti dati si è confermata una certa differenza tra l’indice di mortalità “semplice” e quello di mortalità per infezione.

L’interpretazione dei dati sulla mortalità

Prima di discutere le stime attualmente considerate verosimili sulla mortalità da nuovo coronavirus è importante comprendere le criticità presenti sia nelle fasi di misurazione che in quelle di interpretazione dei dati:

  1. La mortalità non è immutabile, ma varia a seconda del contesto sociale e temporale — i dati rilevati in un Paese sviluppato (caratterizzato quindi da uno certo grado di gentrificazione, ossia un’età media elevata) saranno senz’altro diversi da quelli di un Paese del terzo mondo, così come il periodo estivo è risultato molto diverso da quello invernale per diverse ragioni.
  2. La mortalità varia a seconda della preparazione del sistema sanitario — i dati registrati nelle primissime settimane di epidemia hanno dimostrato una gravità preoccupante anche per la scarsa preparazione del Sistema Sanitario in merito a protocolli terapeutici e di bio-contenimento; l’esperienza maturata rappresenta quindi un fattore protettivo per la malattia, che ad oggi è oggetto di campagne di prevenzione restrittive e di terapie meglio focalizzate.
  3. La mortalità grezza varia sulla base del numero di diagnosi confermate — come si è spiegato nei paragrafi precedenti la mortalità “grezza” viene calcolata sulla base dei casi confermati; ciò la rende per alcuni versi una sotto-stima, che nei periodi di under-testing può avere reso particolarmente difficile la corretta interpretazione dei dati proprio perché falsati da un bias di sotto-diagnosi. D’altra parte molte persone positive non sapranno mai di esserlo state, e la loro sopravvivenza determina un bias di sovra-stima della mortalità.

La mortalità da COVID-19 al giorno d’oggi

Come si è largamente anticipato, la mortalità da COVID-19 è un dato estremamente fluido che varia soprattutto in base alla popolazione geografica di riferimento. I dati di marzo 2020 configuravano una situazione antitetica, ad esempio, tra due Paesi vicini come la Germania e l’Italia: nella prima il Tl era pari allo 0.2%, nella seconda il Tl era di 7.75%.

Una revisione più recente, curata dalla Johns Hopkins School of Medicine, ha invece disegnato un quadro dove la mortalità rimane diversa tra Germania ed Italia, seppure con una differenza molto meno marcata (ultimo rilevamento novembre 2020): 3.5% per l’Italia contro l’1.6% nella Germania. Il confronto torna ad essere interessante – per motivi diversi – con i Paesi meno sviluppati, dove ad esempio in Messico si sono raggiunti valori circa tre volte superiori a quelli italiani (mortalità stimata a 9.5%).

Ancora una volta vale la pena sottolineare con forza che il Tl non necessariamente correla alla mortalità “reale” da COVID-19, e di conseguenza ciò non significa che in Italia ci sia una maggiore probabilità di morte causata dal coronavirus; una possibile spiegazione della disparità può essere legata alla diversa campagna di screening tra i paesi.

Poste le premesse di cui sopra, e una volta compresa la relativa volatilità del tasso di mortalità come indice epidemiologico, per capire almeno in parte quali siano i reali pericoli correlati all’infezione da nuovo coronavirus può essere interessante confrontare i dati attuali con quelli di altre epidemie che hanno colpito l’età contemporanea al fine di metterne in prospettiva la gravità.

Epidemia di SARS del 2002-2003
(SARS-CoV)
10% – Munster et al. (2020)
Sindrome respiratoria mediorientale
da coronavirus (MERS-CoV)
34% – Munster et al. (2020)
Influenza stagionale 0.1-0.2% – CDC (2020)
Ebola 40-50% Shultz et al. (2016)

Nel rispetto delle vittime e nell’ottica di evidenziare le criticità epidemiologico-comunicative sulla mortalità emerse in questa breve rassegna ogni conclusione viene lasciata al lettore.

Fonti e bibliografia

 

A cura del Dr. Marco Cantele, Medico Chirurgo

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Importante

Revisione a cura del Dott. Roberto Gindro (fonti principali utilizzate per le analisi http://labtestsonline.org/ e Manual Of Laboratory And Diagnostic Tests, Ed. McGraw-Hill).

Le informazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto medico-paziente; si raccomanda di chiedere il parere del proprio dottore prima di mettere in pratica qualsiasi consiglio od indicazione riportata.


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