Introduzione

Con il termine di linfomi non-Hodgkin (LNH) si indica un gruppo di tumori maligni del sistema linfatico, complesso facente parte del sistema immunitario e deputato alla difesa del nostro organismo (insieme al midollo osseo, tonsille, timo e milza).

Si tratta di tumori che originano da linfociti T o B, ossia globuli bianchi circolanti con la linfa che, per cause ancora sconosciute, sono andate incontro ad una modificazione dei loro normali processi di riparazione e riproduzione: in pratica sono come “impazzite” ed hanno iniziato a moltiplicarsi senza controllo, formando una massa tumorale.

Nei linfomi il tumore cresce solitamente all’interno dei linfonodi, piccole ghiandole a forma di fagiolo, collocate in numero variabile (da 20 a 50 circa) in varie parti del corpo quali

  • collo,
  • ascelle,
  • petto,
  • addome
  • ed inguine.

In una minoranza dei casi, invece, la malattia può svilupparsi a carico di altri organi quali

  • stomaco,
  • intestino,
  • cute
  • o sistema nervoso centrale.

I linfomi non-Hodgkin rappresentano circa il 3% di tutti i tumori. Negli ultimi decenni l’incidenza è cresciuta nella maggior parte dei paesi industrializzati, ed attualmente si collocano al quinto posto tra i vari tipi di tumori.

In Italia si registrano circa 7000 nuovi casi ogni anno.

Cause e fattori di rischio

Ad oggi non è nota la causa che determina lo svilupparsi di un linfoma non-Hodgkin. Sono stati identificati però alcuni fattori che possono aumentare il rischio di sviluppare questo tipo di tumore, tra questi ricordiamo l’età avanzata: sebbene questo tipo di tumori può colpire qualsiasi età, si è osservato un incremento parallelo all’aumentare dell’età fino all’ottava decade di vita.

Il sesso maschile presenta un rischio 1,4 volte maggiore rispetto a quello femminile (anche se alcuni tipi di linfoma non-Hodgkin sono più comuni tra le donne).

L’etnia bianca ha un rischio 1,7 volte più alto rispetto a quella nera.

Inoltre un peso rilevante sembrerebbe essere svolto dalla presenza di fattori ereditari e genetici. I linfomi non-Hodgkin infatti, sono spesso associati a

  • presenza in altri membri familiari di malattie emato-linfoproliferative,
  • alcune malattie ereditarie (come le sindromi di Klinefelter e di Chédiak-Higashi),
  • mutazioni genetiche (tra i più noti ricordiamo mutazioni a carico dei geni c-myc, bcl-2, bcl-1, bcl-6 e p53 ) che cambiano il regolare ciclo vitale delle cellule.

Altri fattori di rischio sono:

  • essersi sottoposti a precedenti cure radioterapiche e/o chemioterapiche in passato (rischio molto basso, tale da giustificare sempre il ricorso a queste cure laddove fossero necessarie),
  • presenza di malattie immunitarie o condizioni che determinano un cattivo funzionamento del sistema immunitario (come ad esempio AIDS, malattie ereditarie rare come l’atassia-teleangectasia o le sindromi di Louis-Bar e di Wiskott-Aldrich, terapie con farmaci anti-rigetto dopo un trapianto d’organo, ecc…),
  • infezioni da HIV (cioè il virus che provoca l’AIDS), HTLV-1 (associato ad un maggior rischio di ammalarsi di linfomi e leucemie), virus di Epstein-Barr (collegato alla mononucleosi infettiva e al linfoma di Burkitt), HCV (il virus dell’epatite C), Helicobacter Pylori (il batterio responsabile dell’ulcera gastrica ed associato anche ad un maggior sviluppo di linfomi allo stomaco),
  • celiachia (associata ad un tipo di linfoma a cellule T),
  • farmaci immunosoppressori (ciclofosfamide, azatioprina, ciclosporina) e non (fenitoina, nonché utilizzo per lungo tempo di acido acetilsalicilico, penicillina e digitale),
  • esposizione a pesticidi fenossicarbossilici e clorofenolici, specie per alcune categorie di lavoratori quali contadini e veterinari,
  • solventi, come benzene e tricloretilene,
  • tinture per capelli, specie tinture di colore scuro e permanente, contenenti sostanze tossiche e potenzialmente cancerogene come carcinogeni aromatici e nitrosamine, che aumenterebbero il rischio anche in chi abitualmente li maneggia (vedi parrucchieri ed estetiste).

Il rischio inoltre, per ragioni non ancora del tutto note, sarebbe maggiore in alcune professioni strettamente correlate all’urbanizzazione (quali lavoratori dell’industria chimica, della gomma, della plastica e del petrolio).

Sintomi

Nel 60-80% dei casi il sintomo d’esordio nei linfomi non-Hodgkin è la comparsa improvvisa di una linfoadenomegalia, cioè un gonfiore di uno o più linfonodi del corpo.

Solitamente i linfonodi ingrossati

  • non sono dolenti,
  • mostrano una crescita rapida,
  • sono distribuiti in più stazioni linfonodali (ma la sede più comune riguarda i linfonodi superficiali del collo, ascella o inguine)
  • e possono essere associati ad ingrossamento del fegato e/o della milza (in un 20% dei casi).

I sintomi e i segni sistemici, cioè

  • perdita di appetito,
  • prurito diffuso in tutto il corpo,
  • febbre ad origine sconosciuta, che insorge solitamente la sera e si risolve spontaneamente al mattino,
  • perdita di peso ingiustificabile,
  • sudorazioni notturne eccessive,
  • stanchezza

sono meno comuni rispetto al linfoma di Hodgkin ed interessano circa il 20% dei pazienti.

In altri casi il tumore può svilupparsi nei linfonodi profondi del petto o della pancia e causare, a seconda della sede coinvolta,

  • tosse persistente, costrizione al petto, difficoltà a respirare oppure
  • gonfiore e/o dolore addominale, comparsa di una protuberanza visibile nella pancia, senso di ripienezza gastrica anche dopo un pasto leggero, gonfiore alle gambe

Un linfoma che coinvolge il midollo osseo sarà causa di sintomi legati ad una diminuzione dei globuli rossi, piastrine e globuli bianchi, cioè:

  • stanchezza e fiato corto, condizioni associate allo sviluppo di un’anemia,
  • tendenza alle emorragie, come ad esempio frequenti perdite di sangue dal naso, mestruazioni particolarmente abbondanti, presenza di macchioline rosso scuro o violacee sulla pelle,
  • aumentato rischio di infezioni.

Più raramente un linfoma si presenta con

  • mal di testa frequenti e sindromi neurologiche (come ad esempio indebolimento di una parte del corpo, difficoltà a parlare o disturbi della vista) nel caso di un coinvolgimento del sistema nervoso centrale (linfoma cerebrale),
  • o comparsa di noduli cutanei (linfoma cutaneo).

In presenza di un ingrossamento improvviso di uno o più linfonodi del collo, dell’inguine, dell’ascella e/o di un’altra parte del corpo, specie se non procurano dolore o di disturbi sistemici che perdurano da tempo, bisogna sempre rivolgersi ad un medico per un controllo per stabilirne la reale natura ed escludere cause più comuni, come un’infezione.

Diagnosi

Il medico specialista per la diagnosi e cura dei linfomi è l’ematologo, a cui generalmente si viene inviati dal medico di famiglia. Questi procederà, raccogliendo innanzitutto la storia clinica e familiare del paziente, per cui gli porrà alcune semplici domande, come ad esempio:

  • Da quanto tempo ha notato la comparsa del linfonodo ingrossato? Le procura dolore o ha notato altri linfonodi ingrossati in altre parti del corpo o masse sospette (ad esempio nella pancia)?
  • Ha disturbi (mal di pancia o mal di testa frequenti che non passano con i comuni medicamenti, nausea, tosse da tempo, difficoltà quando respira, deficit neurologici, ecc…)?
  • Ha disturbi gastrointestinali frequenti?
  • Si sveglia la notte sudato, ha febbre, avverte la sensazione di prurito in tutto il corpo?
  • Ha perso peso negli ultimi 6 mesi, non giustificato da diete dimagranti?
  • Mangia con piacere?
  • Si sente spesso stanco?
  • Soffre di malattie autoimmunitarie?
  • Assume abitualmente farmaci? Se sì, quali?
  • Ci sono nella sua famiglia precedenti casi di tumore?

La visita medica generale e neurologica (in presenza di disturbi specifici) permette la verifica dei segni che possono far pensare ad un linfoma non-Hodgkin.

La diagnosi di certezza tuttavia, richiede sempre l’esecuzione di una biopsia dei linfonodi, ossia l’asportazione completa di uno o più linfonodi sospetti da sottoporre ad analisi microscopica da parte del medico anatomo-patologo. Con le attuali tecniche di ago-biopsia sotto guida TAC è possibile intervenire in alcuni casi in anestesia locale, esponendo il paziente a meno rischi.

Il medico anatomo-patologo osserva i linfonodi prelevati al microscopio ed inoltre esegue alcuni test molecolari, per cui è in grado di confermare il sospetto di tumore ed indicarne con precisione anche il tipo.

Tipologie

La classificazione dei linfomi non-Hodgkin è in continua evoluzione e si basa su molti criteri che tengono conto, a seconda della classificazione considerata, di:

  • tipo di cellule coinvolte e del loro aspetto morfologico,
  • modalità di crescita: nodulare (o follicolare) o diffusa,
  • grado di malignità: a basso, intermedio o alto grado (dal più indolente a quello con decorso clinico più aggressivo ed acuto, che richiede un trattamento tempestivo),
  • caratteristiche molecolari,
  • epidemiologia,
  • presentazione clinica,
  • storia naturale,
  • risposta al trattamento.

Secondo la classificazione più recente, proposta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, i linfomi non-Hodgkin possono essere distinti in 2 gruppi in base alla cellula linfocitaria da cui hanno preso origine, ossia

  • linfomi a cellule B
  • linfomi a cellule T,

a loro volta suddivisi, in base al grado di maturazione della cellula coinvolta, in:

  • linfomi originati da cellule B o T precursori e
  • linfomi originati da cellule B o T periferiche (comprendenti anche le cellule T natural killer).

I linfomi a cellule B sono più comuni, riguardando circa il 90% dei casi e, tra le varianti maggiormente frequenti, ci sono il linfoma diffuso a grandi cellule B ed i linfomi follicolari; meno comunemente si riscontrano i linfomi della zona marginale tipo MALT, i linfomi a piccole cellule B, i linfomi mantellari ed il linfoma di Burkitt.

I linfomi a cellule T di contro, sono rari nel mondo occidentale; i tipi più comuni sono il linfoma a cellule T periferiche, i linfomi cutanei (ossia la micosi fungoide e la sindrome di Sézary), il linfoma anaplastico a grandi cellule e il linfoma linfoblastico.

Un linfoma non-Hodgkin infine, si distingue dal linfoma di Hodgkin per l’assenza delle tipiche cellule di Reed-Sternberg.

Stadiazione

Una volta confermato il sospetto di linfoma non-Hodgkin diventa necessario stabilirne l’estensione e la diffusione, indispensabili per formulare la prognosi e scegliere la miglior cura. Per far questo ci si avvale della diagnostica di laboratorio e per immagini che comprende, a seconda dei casi:

La biopsia osteomidollare con ago di Jamshidi sulle spine iliache postero-superiori è richiesta solo nel sospetto di un interessamento midollare del tumore. La procedura consiste nell’introduzione attraverso la pelle, previo anestetico per rendere insensibile l’area, di un ago fino al raggiungimento dell’osso dell’anca; quindi con una siringa viene prelevato un campione di sangue midollare (che si trova all’interno dell’osso) da inviare in laboratorio per l’analisi. La biopsia richiede poco tempo e si esegue solitamente in anestesia locale.

Il ricorso ad altre procedure diagnostiche invasive avviene solo in casi particolari ed altamente selettivi, e comprende procedure come ad esempio:

  • puntura lombare,
  • biopsia epatica, di noduli cutanei o polmonari,
  • rachicentesi.

La classificazione di Cotswolds, che costituisce una versione più aggiornata dei criteri di Ann Arbor, in uso per il linfoma di Hodgkin, è applicabile anche ai linfomi non-Hodgkin. Consente di stabilire in che stadio si trova il tumore al momento della diagnosi sulla base di alcuni parametri, quali numero di linfonodi coinvolti e sedi di malattia.

I linfomi non-Hodgkin pertanto, possono essere distinti in 4 stadi:

  • Stadio I, se è coinvolto un solo distretto linfonodale,
  • Stadio II, se sono coinvolti due o più distretti linfonodali dello stesso lato del diaframma (o sopra nel torace, ascelle o collo, o sotto nell’addome, pelvi o inguine),
  • Stadio III, se sono coinvolti i linfonodi in entrambi i lati del diaframma,
  • Stadio IV, se il tumore è diffuso oltre i linfonodi ed ha coinvolto altri organi come fegato, polmoni od ossa.

Il diaframma è un muscolo a forma di cupola che separa la cavità toracica da quella addominale.

La stadiazione tiene conto anche della presenza (B) o meno (A) di sintomi sistemici (febbre, sudorazioni notturne, perdita severa di peso superiore al 10% negli ultimi sei mesi).

Con le lettere E, S ed X invece, si indicano rispettivamente: E coinvolgimento di un organo che non appartiene al sistema linfatico (come ad esempio il polmone), S coinvolgimento della milza ed X presenza di una massa tumorale molto voluminosa.

Per i linfomi non-Hodgkin infine è previsto un indice prognostico internazionale (IPI) utile ai fini della terapia, che permette di classificare ogni paziente in quattro categorie di rischio (da basso ad alto) in base a 5 fattori:

  • età del paziente,
  • stadio del tumore,
  • diffusione del tumore al di fuori del sistema linfatico,
  • performance status del paziente (ossia la sua capacità di effettuare comuni attività di vita quotidiana),
  • livello sierico di lattato-deidrogenasi (LDH).

Pazienti con età inferiore ai 60 anni, stadio di Ann Arbor I-II, assenza di sedi extra-nodali coinvolte, buona performance status e normale concentrazione di LDH hanno una prognosi migliore.

Sopravvivenza

La sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi di un linfoma non-Hodgkin è attualmente di circa il 71% (secondo le statistiche americane), grazie principalmente ai progressi diagnostici e terapeutici raggiunti.

Terapia

Il trattamento di un linfoma non-Hodgkin prevede un équipe medica multidisciplinare, composta da oncologo/ematologo, radioterapista, radiologo, medico di medicina nucleare ed anatomo-patologo.

In molti casi è possibile la guarigione dalla malattia o un suo controllo per lungo tempo, anche per linfomi che si presentano diffusi al momento della diagnosi.

La cura si basa, in base all’istologia (forme indolenti o aggressive) e allo stadio del tumore, sul ricorso di:

  • chemioterapia,
  • anticorpi monoclonali,
  • radioterapia.

La chemioterapia prevede la somministrazione di più farmaci, a cicli, per alcuni mesi. Nella maggior parte dei casi la via di somministrazione è quella endovenosa, con una flebo ed inserendo un ago nel braccio; è possibile però che con questa modalità alcuni farmaci causino a lungo andare un’irritazione a carico delle vene (con infiammazione e/o ostruzione del vaso sanguigno stesso) per cui per ovviare a ciò, spesso la chemioterapia viene effettuata attraverso l’uso di dispositivi, come:

  • il catetere venoso centrale (CVC), una cannula biocompatibile inserita in una vena del torace in anestesia locale e fissata al petto con alcuni punti di sutura,
  • il catetere venoso centrale periferico (PICC), una cannula simile al CVC che però viene inserita in anestesia locale a livello della piega del gomito,
  • il catetere venoso con porta impiantabile (port-a-cath), un catetere collegato ad un piccolo dispositivo posto sottocute al petto (chiamato porta impiantabile) inserito in anestesia locale o generale.

Attraverso tutti e 3 i dispositivi è possibile la somministrazione dei farmaci chemioterapici e l’effettuazione di prelievi di sangue. Generalmente il dispositivo resta impiantato per tutta la durata della terapia e tolto solo a conclusione completa della stessa.

In alcuni casi la chemioterapia è somministrata in compresse o direttamente all’interno del liquido spinale (qualora si sia accertata, tramite una puntura lombare, la presenza del tumore in tale sede).

Gli schemi chemioterapici più frequentemente utilizzati per la cura dei linfomi non-Hodgkin sono il CHOP (ciclofosfamide, doxorubicina, vincristina e prednisolone), il CVP (ciclofosfamide, vincristina e prednisolone) e la bendamustina.

Gli anticorpi monoclonali sono in grado di riconoscere e distruggere le cellule tumorali, legandosi a specifici componenti presenti sulla superficie delle cellule tumorali stesse.

Un anticorpo monoclonale largamente utilizzato nella cura dei linfomi (in particolare del linfoma follicolare e del linfoma non-Hodgkin diffuso a grandi cellule B) è il rituximab che agisce, legandosi al componente CD20 presente sulla superficie di tutti i linfociti B, causandone la morte.

Il rituximab non è usato solo nel trattamento dei tumori del sangue, ma anche per:

  • leucemia linfatica cronica,
  • gravi forme di artrite reumatoide,
  • in due malattie infiammatorie dei vasi del sangue, chiamate granulomatosi con poliangite (detta anche granulomatosi di Wegener) e poliangite microscopica.

La terapia con anticorpi monoclonali viene somministrata per infusione in vena, da sola o in associazione alla chemioterapia. Alcuni anticorpi monoclonali (come ibritumomab tixuetan) si presentano legati ad una componente radioattiva, per cui erogano direttamente una dose di radiazione una volta venuti a contatto con le cellule tumorali.

La radioterapia viene utilizzata nei casi di linfomi non-Hodgkin in stadi iniziali e consiste nell’erogare dosi massicce di radiazioni ad alta intensità sui linfonodi coinvolti dal tumore, salvaguardando il più possibile gli organi sani posti nelle vicinanze.

Per questo tipo di terapia è necessaria una preparazione, cioè l’effettuazione di una TAC (chiamata TAC di centratura) alla fine della quale il medico disegna sulla cute del pazienti dei piccoli tatuaggi puntiformi di allineamento, servendosi di inchiostro ed un piccolo ago.

Quindi il medico in accordo con il fisico sanitario elabora il piano di cura utilizzando le immagini TAC che consentono di visualizzare i linfonodi interessati dal tumore, ed una volta verificato il piano, si procede al trattamento vero e proprio.

La terapia viene effettuata all’interno di un bunker: il paziente viene sistemato su un lettino rigido da un tecnico di radioterapia, che osservando i tatuaggi disegnati sulla pelle del paziente e servendosi di un sistema laser, lo posiziona esattamente così come è stato scelto in TAC di centratura. Il paziente quindi viene lasciato solo per la durata della singola seduta (generalmente pochi minuti) durante la quale la macchina che emette radiazioni (chiamata acceleratore lineare) gira intorno al lettino.

La radioterapia va effettuata generalmente per 3-4 settimane (escluso il sabato e la domenica).

Le radiazioni non si vedono e non procurano dolore, né lasciano il paziente radioattivo per cui alla fine di ogni singola seduta potrà tornare nella propria abitazione ed avere contatti con i propri famigliari (compresi bambini e donne in gravidanza).

Tossicità

I farmaci chemioterapici agiscono, una volta che hanno raggiunto il circolo sanguigno, ostacolando la crescita e la moltiplicazione delle cellule tumorali portandole a morte; non sanno però distinguere le cellule malate da quelle sane, e questo è il motivo per cui non sono scevri da possibili effetti collaterali. Le tossicità possono variare da paziente a paziente come tipo ed intensità, ma comunemente comprendono:

  • riduzione dei globuli rossi, con anemia e stanchezza,
  • riduzione dei globuli bianchi, con maggior rischio di contrarre infezioni,
  • riduzione delle piastrine, con tendenza a sviluppare lividi o piccole emorragie,
  • stanchezza (che non passa con il riposo),
  • nausea e/o vomito,
  • mucosite ed ulcere alla bocca,
  • caduta dei capelli,
  • disturbi cardiaci,
  • reazioni allergiche.

I principali effetti collaterali degli anticorpi monoclonali, in particolare del rituximab, comprendono:

  • riduzione dei globuli bianchi (in particolare dei neutrofili), con maggiore suscettibilità alle infezioni batteriche e virali, specie polmonari come ad esempio bronchiti,
  • riduzione delle piastrine,
  • disturbi cardiaci,
  • ipotensione,
  • eruzioni cutanee,
  • angioedema e reazioni allergiche.

Febbre, brividi, sensazione di calore, tremori, orticaria e difficoltà respiratorie possono manifestarsi al momento dell’infusione del farmaco e vanno attentamente valutati. In presenza di questi disturbi infatti, si procede all’interruzione del farmaco.

Le cure radioterapiche possono causare la comparsa di effetti collaterali che variano in base alla parte del corpo trattata, e comprendono:

  • stanchezza,
  • difficoltà a deglutire,
  • nausea,
  • eritemi cutanei (generalmente lievi),
  • mal di gola,
  • mucosite ed ulcere della bocca,
  • difficoltà temporanea a distinguere i gusti dei cibi,
  • perdita dei capelli

e che generalmente si riducono, fino a scomparire, una volta finita la radioterapia. La comparsa a distanza di anni di disturbi a carico del cuore, della tiroide o lo sviluppo di un secondo tumore alla mammella, sono eventi molto rari.

La perdita di capelli può costituire un evento psicologico importante per un paziente già segnato dalla diagnosi di tumore, per cui è bene ricordare che i capelli ricrescono entro 6-12 mesi dalla fine delle cure. La radioterapia inoltre causa un indebolimento o la perdita di ciocche di capelli esclusivamente nell’area di cuoio capelluto colpita dalle radiazioni.

I chemioterapici e le radiazioni possono aumentare il rischio di malformazioni fetali, motivo per cui non è consigliabile iniziare una gravidanza se ci si sta sottoponendo a questo tipo di cure. Nelle persone più giovani, desiderose di prole, può essere consigliato un deposito precauzionale di un campione di sperma o di una raccolta di oociti (mediante tecniche di crioconservazione) in un’apposita banca per un’eventuale futura fecondazione in vitro.

Trapianto

Nei casi in cui la malattia tumorale non risponda alle cure praticate o recidivi a distanza di tempo, la cura a cui si può fare ricorso è il trapianto autologo (o allogenico) di cellule staminali ematopoietiche, preceduto da una terapia detta di condizionamento, ossia una chemioterapia ad alte dosi (a volte associata a radioterapia).

Il trapianto autologo prevede la reinfusione di cellule staminali ematopoietiche del paziente stesso, dopo una cura con chemioterapia ad alte dosi.

La chemioterapia a dosaggi elevati (eventualmente associata a radioterapia) è in grado solitamente di distruggere le cellule tumorali che sono risultate resistenti nei confronti delle cure precedenti o che si sono ripresentate dopo un primo ciclo di cure. Tuttavia le alte dosi sono gravate da un maggior rischio di danni gravi a carico del midollo osseo.

Il midollo osseo è una struttura importantissima del nostro corpo, in quanto deputato alla produzione delle cellule staminali, ossia delle cellule primitive capaci di trasformarsi e dare vita a tutte le cellule del nostro corpo, comprese le cellule del sangue. E’ indispensabile quindi, prima di sottoporre un paziente alla chemioterapia ad alte dosi, effettuare una raccolta delle sue cellule staminali ematopoietiche.

La raccolta può essere effettuata prelevando le cellule staminali ematopoietiche direttamente dal midollo osseo o dal sangue venoso periferico (quest’ultima è la tecnica più utilizzata).

La procedura richiede in genere qualche ora e consiste nel fare sdraiare il paziente su un lettino, mentre due aghi per flebo vengono inseriti su entrambe le braccia (in alternativa si può utilizzare un catetere venoso centrale a più uscite). Il sangue defluisce da un braccio, passa attraverso una macchina (chiamata centrifuga) che riconosce e separa le cellule staminali ematopoietiche dalle altre cellule del sangue e le raccoglie in un apposito contenitore. Quindi il sangue viene reintrodotto nel corpo attraverso la vena dell’altro braccio. Le cellule staminali raccolte, vengono congelate.

Per aumentare la quantità di cellule staminali ematopoietiche nel sangue venoso periferico (solitamente scarso di questo tipo di cellule) al paziente può essere somministrato un fattore di crescita : si tratta di una proteina somministrata con iniezioni sottocute, che accelera la moltiplicazione delle cellule staminali da parte del midollo osseo.

Completata la chemioterapia ad alte dosi, le cellule staminali raccolte possono essere scongelate e reinfuse nel paziente attraverso un catetere venoso centrale o una vena periferica di grosso calibro. La tecnica ricorda molto una trasfusione di sangue ma in realtà si tratta di un trapianto autologo (autologo perché si riutilizzano le cellule del paziente stesso).

Durante le reinfusione delle cellule staminali il paziente può avvertire senso di calore, nausea, secchezza o un cattivo sapore in bocca. Raramente si può verificare la comparsa di brivido, febbre, difficoltà respiratorie, abbassamento dei valori della pressione sanguigna fino ad uno stato di shock.

Il trapianto autologo è ad oggi una procedura sicura, associata ad una bassissima mortalità legata principalmente a complicanze infettive che si possono verificare in un 2-3% dei casi.

Trapianto allogenico

Il trapianto allogenico prevede la reinfusione di cellule staminali ematopoietiche provenienti dal midollo osseo o dal sangue venoso periferico di un donatore sano e compatibile con il soggetto affetto dal tumore, preceduto da una chemioterapia (± radioterapia) ad alte dosi.

La compatibilità tra donatore e ricevente è un prerequisito essenziale per l’effettuazione del trapianto:

  • solitamente un fratello o una sorella hanno una probabilità più alta (pari al 25-30%) di essere compatibili al paziente,
  • un genitore o un figlio del paziente hanno una compatibilità più bassa.

In assenza di famigliari compatibili, si può ricorrere a donatori volontari regolarmente iscritti nei Registri Internazionali di Donatori di cellule staminali ematopoietiche o ad un campione di sangue del cordone ombelicale (in caso di bambini ammalati) conservato in speciali banche, dopo esser stato prelevato da una donatrice al momento del parto.

Per stabilire la compatibilità occorre che gli antigeni (detti Human leukocyte antigen, HLA) presenti sulla superficie delle cellule staminali del donatore e del ricevente siano uguali, dato ricavabile con un test di biologia molecolare.

Se le cellule staminali del donatore non sono compatibili infatti, queste una volta reinfuse verranno riconosciute come estranee dal sistema immunitario del paziente ricevente con alto rischio di rigetto del trapianto, un evento grave noto come Graft Versus Host Disease (GVHD, Malattia del Trapianto contro l’Ospite).

Altre possibili complicanze del trapianto allogenico sono sviluppo di infezioni o danni a carico dei vasi sanguigni.

Follow-up

Completate le terapie, inizia per il paziente la fase dei controlli (chiamata follow-up) che comprende:

  • visita medica dallo specialista ematologo/oncologo,
  • esami del sangue con routine ed LDH,
  • esami strumentali (TAC ed in alcuni casi PET)

con una cadenza di 3 mesi per i primi anni dalla fine delle cure (corrispondente al periodo a maggior rischio per una recidiva, cioè la ricomparsa del tumore), poi ogni 6 mesi ed infine annualmente.

Nella maggior parte dei casi di linfomi non-Hodgkin si ottiene una guarigione completa.

 

A cura della Dr.ssa Tiziana Bruno

Articoli ed approfondimenti

Link sponsorizzati

Importante:

Revisione a cura del Dr. Guido Cimurro (fonti principali utilizzate per le analisi http://labtestsonline.org/ e Manual Of Laboratory And Diagnostic Tests, Ed. McGraw-Hill).

Le informazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto medico-paziente; si raccomanda di chiedere il parere del proprio dottore prima di mettere in pratica qualsiasi consiglio od indicazione riportata.


Commenti, segnalazioni e domande

Gentile utente, per garantire maggiormente la tua privacy i tuoi contributi potrebbero essere mostrati sul sito in forma anonima.
Leggi le condizioni d'uso dei commenti.

La sezione commenti è attualmente chiusa.