Shock cardiogeno: cause, sintomi, pericoli e cura

Introduzione

In medicina si definisce shock una condizione caratterizza da un’insufficienza disponibilità di ossigeno per organi e tessuti, a causa di una riduzione della funzione circolatoria (ipoperfusione periferica): il sangue ossigenato circola con meno efficacia e non può quindi rifornire le cellule che ne necessitano per sopravvivere.

Lo shock cardiogeno rappresenta una particolare forma di shock in cui è il cuore, attraverso la sua funzione di pompa, a non essere più in grado di garantire la corretta distribuzione di sangue, con un danno ai tessuti e agli organi interni, cervello e reni prima di altri.

La causa più frequente di shock cardiogeno è l’infarto cardiaco, ma virtualmente ogni condizione che metta in sofferenza il cuore o che ne impedisca l’eiezione (fuoriuscita del sangue dal ventricolo sinistro) può portare alla sviluppo di questa condizione.

La diagnosi di shock cardiogeno è clinica e deve essere posta tempestivamente in modo da intraprendere il trattamento il prima possibile, si tratta infatti di un’emergenza medica che richiede il ricovero immediato in ospedale e, nonostante ciò, la prognosi purtroppo resta spesso negativa, con una mortalità del 70-90% a causa del danno irreversibile che subiscono organi molto sensibili all’ipossia (carenza di ossigeno) come cervello, reni e fegato.

Cause

Lo shock cardiogeno è una patologia caratterizzata dall’incapacità dell’organo a pompare efficacemente il sangue ossigenato a tutto l’organismo per soddisfarne le esigenze metaboliche. Si assiste cioè ad una riduzione della gittata cardiaca, ovvero il volume di sangue che in un minuto viene espulso dal ventricolo destro e dal ventricolo sinistro. Esistono numerose condizioni che ne possono diventare responsabili, tra cui:

  • Infarto miocardico acuto (IMA): rappresenta la causa più frequente di shock cardiaco. La parete del muscolo infartuata non riesce a contrarsi ed esplicare efficacemente la propria funzione
  • Insufficienza cardiaca
  • Aritmie
  • Tamponamento cardiaco
  • Emorragia interna
  • Embolia polmonare
  • Lesioni toraciche
  • Sovradosaggio ed overdose di farmaci come betabloccanti e calcio antagonisti

Fattori di rischio

Tra i fattori di rischio che possono favorire lo sviluppo di uno shock cardiogeno si annoverano quelli propri delle patologie cardiovascolari:

Sintomi

I sintomi dello shock cardiogeno

Shutterstock/Blamb

La sintomatologia dello shock cardiogeno deriva direttamente dall’incapacità di mantenere una corretta circolazione, in cui il sintomo cardine è l’ipotensione che ne deriva: l’ipotensione consiste in una riduzione della pressione arteriosa media di 30 mmHg rispetto ala pressione di base del soggetto. I primi organi ad andare in sofferenza e a subire un danno sono i così detti “organi nobili”, cioè cervello e reni, che mal sopportano la carenza di ossigeno.

Un paziente in shock cardiogeno si presenta quindi con

Complicanze

Purtroppo la prognosi dello shock cardiogeno è assolutamente negativa, la mortalità è circa dell’80% dei casi ospedalizzati e del 100% dei casi non ospedalizzati. Le speranze di successo maggiori si ottengono nei pazienti che giungono ad una rapida diagnosi e a trattamento stabilizzante e correttivo in breve tempo. Malgrado ciò, anche nei pazienti che sopravvivono all’evento acuto e vengono dimessi dall’ospedale, la mortalità rimane considerevole: 10% a 60 giorni e 20% ad un anno.

L’ipoperfusione provocata dallo shock cardiogeno porta infatti a danni spesso irreversibili agli organi interni, tra cui spiccano per importanza cervello e reni. Pertanto lo shock cardiogeno evolverà in disfunzioni multi-organo (MOFS), che condurranno il paziente all’exitus, o nella migliore delle ipotesi esponendo comunque il paziente al rischio di

  • Danni cerebrali permanenti
  • Danni renali permanenti
  • Danni epatici permanenti

Diagnosi

Lo specialista di riferimento per lo shock cardiogeno è il medico cardiologo (anche se di fatto la prima valutazione potrebbe essere posta in Pronto Soccorso), che raccoglie l’anamnesi ed effettua l’esame obiettivo rilevando la pressione arteriosa sistolica (massima) che risulterà essere inferiore a 90 mm/Hg.

Per giungere a diagnosi di shock cardiogeno è sufficiente l’osservazione clinica del paziente, nonostante ciò vengono frequentemente richiesti ulteriori esami di laboratorio e strumentali per caratterizzare meglio il quadro della situazione e le cause che hanno condotto a questa condizione, così da agire direttamente su queste. Tali esami comprendono:

Classificazione

La più recente classificazione dello shock cardiogeno è quella del 2019 della SCAI (Society for Cardiovascular Angiography and intervention) che, sulla base di parametri clinici, strumentali e di laboratorio, classifica lo shock cardiogeno in 5 stadi di gravità crescente:

  1. Stadio A: paziente con patologie cardiache ad alto rischio di sviluppare uno shock cardiogeno. In tali pazienti non è presente uno shock cardiogeno ma sono presenti tutte gli elementi affinché possa svilupparsi, per cui tali pazienti vanno tenuti particolarmente sotto osservazione
  2. Stadio B: shock cardiogeno in fase iniziale con lieve ipotensione (pressione arteriosa sistolica inferiore a 90 mmHg), tachicardia (frequenza cardiaca superiore a 100 bpm) ma assenza di ipoperfusione periferica e congestione venosa polmonare o sistemica
  3. Stadio C: shock cardiogeno con ipoperfusione periferica, marcata congestione venosa polmonare e sistemica, significativo danno renale, marcata alterazione dello stato di coscienza
  4. Stadio D: deterioramento dello shock cardiogeno che non risponde alla terapia di supporto e che necessita di un trattamento farmacologico multiplo e di un supporto meccanico al circolo
  5. Stadio E: shock cardiogeno in fase terminale con ipotensione refrattaria al trattamento, tachiaritmie ventricolari incessanti o dissociazione elettromeccanica. In questi pazienti si assiste a frequenti episodi di arresto cardiaco nonostante tutti i trattamenti in atto. La prognosi è assolutamente negativa nel 100% dei pazienti.

Cura

Lo shock cardiogeno rappresenta un’emergenza medica per cui è richiesta immediata ospedalizzazione e stabilizzazione emodinamica del paziente.

Il trattamento dello shock cardiogeno è volto al ripristino di una corretta funzione cardiaca, così da riperfondere adeguatamente tutti gli organi ed i tessuti dell’organismo. Occorre quindi identificare e correggere la causa alla base dello sviluppo dello shock cardiogeno. Il trattamento prevede

  • Farmaci:
    • Antiaritmici per regolare il battito cardiaco
    • Antiaggreganti o anticoagulanti per mantenere il sangue fluido e sciogliere eventuali trombi
    • Vasopressori ed inotropi positivi per correggere l’ipotensione arteriosa
  • Trattamento medico:
    • Ossigenoterapia
    • Rianimazione con liquidi endovenosi
    • Dialisi per l’insufficienza renale
    • Ventilazione meccanica per l’insufficienza respiratoria
    • Contropulsatore aortico: si tratta di un particolare catetere che inserito nell’aorta migliore la funzione del ventricolo sinistro in attesa dell’intervento chirurgico
  • Trattamento chirurgico, a seconda della causa scatenante:
    • Angioplastica coronarica o intervento di bypass
    • Valvuloplastica
    • Defibrillazione
    • Cardioversione
    • Impianto di pacemaker

Prevenzione

Le norme preventive dello shock cardiogeno sono perfettamente sovrapponibili a quelle della prevenzione dell’infarto cardiaco, in quanto questo rappresenta la più comune e frequente causa di shock cardiogeno, ed in generale delle malattie cardiovascolari.

  • Non fumare
  • Effettuare regolari controlli cardiologici
  • Controllare periodicamente la pressione cardiaca e mantenerla nei limiti
  • Raggiungere e mantenere il peso-forma
  • Praticare con costanza un esercizio fisico almeno moderato
  • Seguire una dieta equilibrata ricca di frutta e verdura e povera di grassi saturi e zuccheri raffinati

 

A cura del Dr. Mirko Fortuna, medico chirurgo

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Importante

Revisione a cura del Dott. Roberto Gindro (fonti principali utilizzate per le analisi http://labtestsonline.org/ e Manual Of Laboratory And Diagnostic Tests, Ed. McGraw-Hill).

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