La spagnola, influenza del 1920, e COVID

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Introduzione

Articolo a cura della dott.ssa Sonja Bellomi, PhD in Scienza delle Sostanze Bioattive

La malattia, in tutte le sue forme, è stata ed è tuttora parte integrante delle vicende umane, sia quando riguarda il singolo individuo sia quando – come nel caso di epidemie o pandemie – colpisce, decimandole, intere popolazioni.

La pandemia di Covid che stiamo vivendo è solo l’ultima di una serie che ciclicamente nel corso della storia ha messo a dura prova gli esseri umani, causando milioni di morti e impattando pesantemente sulla vita dei sopravvissuti.

Quando si parla di pandemie nella storia, probabilmente il pensiero corre subito a malattie come la peste o il vaiolo: la prima, nella sua ondata forse più terribile (passata alla storia come “peste nera”), colpì l’Europa a metà del XIV secolo e ne dimezzò letteralmente la popolazione; tre secoli dopo un’altra epidemia di peste – quella descritta dal Manzoni nei Promessi Sposi – causò più di un milione di vittime solo in Italia; il vaiolo nel XVIII secolo decimò la popolazione mondiale (i conquistatori spagnoli la portarono nel Nuovo Mondo, con conseguenze drammatiche per gli indigeni locali) e fu debellato soltanto grazie al vaccino messo a punto da Edward Jenner (il virus è oggi considerato estinto).

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L’epidemia di spagnola in numeri

Durante il XX l’uomo ha affrontato altre 3 gravi epidemie – tutte di tipo influenzale e denominate in base alla presunta area geografica di origine – che colpirono la popolazione mondiale: la Spagnola (1918-19), l’Asiatica (1957-58) e l’influenza Hong Kong (1968). Di queste, la più terribile fu senz’altro l’influenza spagnola, che colpì in modo inaspettatamente aggressivo alla fine della Prima Guerra Mondiale, causando più vittime dello stesso conflitto bellico: le stime parlano di un numero di vittime complessivo compreso tra 20 e 50 milioni, ma alcune ricerche recenti portano il dato addirittura a 100 milioni. Sul numero delle vittime, in realtà, non si dispone di dati certi: l’epidemia si diffuse e impattò in modo rilevante tra le truppe impegnate nel conflitto – il che rese e rende tuttora difficile distinguere le morti dei soldati causate dalla spagnola, da quelle causate dalla guerra, da quelle causate da malattie comunque presenti all’epoca e che potevano essere in qualche modo confuse o sovrapposte all’epidemia influenzale (tifo, colera, altre infezioni respiratorie, …).

A prescindere dal numero esatto, se si considera che la Grande Guerra è nota per essere stata un’enorme carneficina che arrivò a mietere 14 milioni di vittime, si comprende l’entità della catastrofe sanitaria che nella primavera del 1918 colpì l’umanità intera.

Non solo i decessi, ma anche i contagi raggiunsero numeri esorbitanti: si stima che, a livello globale, furono infettate 500 milioni di persone – circa un terzo della popolazione mondiale – con un tasso di mortalità complessivo tra il 10 e il 20% dei contagiati e che, in seguito alla pandemia, l’aspettativa di vita diminuì di ben 12 anni.

Per quanto riguarda l’Italia, la nostra storiografia nazionale non dedicò forse all’influenza spagnola l’attenzione dovuta – probabilmente perché nell’immediatezza ci si concentrò sulla vittoria della guerra e, in seguito, gli studi sul periodo si focalizzarono sui semi che avrebbero portato dopo pochi anni all’avvento del fascismo. Il nostro Paese fu tuttavia uno dei più colpiti: in Italia il dato dei decessi, secondo gli studi disponibili, si colloca tra 375 e 650 mila, con un tasso di mortalità addirittura del 70% nelle regioni meridionali. La popolazione italiana, all’epoca, era di 36 milioni di abitanti: furono contagiate 4,5 milioni di persone.

L’origine del nome

Perché influenza “spagnola”? Non perché ebbe origine dalla Spagna – come taluni pensano: il primo caso ufficiale, infatti, secondo le ipotesi più accreditate, fu registrato in un ospedale degli Stati Uniti (il virus avrebbe quindi raggiunto l’Europa via mare, portato dalle truppe americane). Il nome “spagnola” deriva dal fatto che la Spagna, rimasta neutrale durante il conflitto mondiale, fu la prima a dare notizia dell’influenza e a diffonderne i dati, poiché non sottoposta alla censura in atto negli altri Paesi coinvolti nella guerra. Per di più, non avendo truppe schierate al fronte, per la Spagna fu immediato attribuire l’aumento di mortalità all’epidemia influenzale, piuttosto che a cause riconducibili alla guerra.

Fonte: https://origins.osu.edu/fr/article/59/images

Caratteristiche dell’epidemia influenzale di spagnola

A differenza della peste, causata da un batterio (yersinia pestis, trasmesso all’uomo dai roditori), e del vaiolo, causato da un virus che si ritiene fosse diffuso tra gli esseri umani fin dal II millennio a. C. (e la prima testimonianza di contagio sull’uomo risalirebbe al faraone Ramses V), la spagnola fu a tutti gli effetti la prima pandemia causata da un virus di tipo influenzale, in una variante evidentemente fino ad allora sconosciuta.

La spagnola si manifestava con sintomi comuni a quelli di una normale influenza:

La differenza risiede tuttavia nella possibile evoluzione della sintomatologia: la morte sopraggiungeva per soffocamento (i polmoni delle persone infettate si riempivano di acqua, impedendo la respirazione) a pochi giorni dalla comparsa dei sintomi – in alcuni casi addirittura entro poche ore – con una rapidità ed un’aggressività mai registrate prima nella storia delle pandemie umane.

Non solo: una caratteristica inaspettata e drammatica della pandemia di spagnola fu il fatto che il virus, a differenza di quanto avveniva e avviene tuttora comunemente nelle influenze, non colpiva in prevalenza persone anziane o debilitate da malattie, ma in maniera predominante adulti in buona salute – il picco di mortalità, infatti, si verificò nella fascia dei 40 anni di età.

Non conosciamo l’origine del virus responsabile della spagnola, al di là della sua appartenenza alla famiglia dei virus influenzali: possiamo ipotizzare che l’aggressività dimostrata fosse da ricondursi a una mutazione rilevante del comune virus influenzale, che portò a un ceppo totalmente nuovo, nei confronti del quale non esisteva alcuna immunità pregressa.

È inoltre doveroso ricordare che la pandemia fece il suo esordio al termine di una lunga guerra, sicuramente responsabile di un diffuso indebolimento della popolazione anche dal punto di vista alimentare e sanitario, abbassandone quindi inevitabilmente le difese immunitarie. Ad aggravare ulteriormente la situazione, poi, contribuì da un lato l’allestimento di ospedali da campo in condizioni disperate, dove i soldati e il personale sanitario vivevano ammassati e senza protezione alcuna, dall’altro la vita lavorativa di chi, non impegnato al fronte, trascorreva ore stipato nelle fabbriche: è evidente come, in un tale contesto, la diffusione del virus non potesse essere in alcun modo contenuta.

Di CDC, released into public domain., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=593467

Per inciso, medici e infermieri furono tra le categorie più colpite, pagando a caro prezzo l’impegno a favore dei contagiati – come accaduto durante la prima ondata di Covid in Italia e nel mondo intero.

L’influenza spagnola e il Covid: analogie e differenze

Per la sua origine virale, per i sintomi e per l’evoluzione drammatica e repentina, la spagnola è stata da molti paragonata all’attuale pandemia di COVID-19: a fronte delle innegabili differenze in termini di progresso medico-scientifico e di efficienza nella condivisione delle informazioni, che – dati alla mano – rappresentano probabilmente la ragione principale per cui le vittime a livello globale sono state ad oggi un milione e mezzo e non 50 milioni, è forse possibile individuare alcune analogie interessanti, non tanto in termini di comportamento del virus (i due ceppi sono biologicamente differenti, come spiegato nell’approfondimento al termine dell’articolo), quanto di reazione da parte della popolazione e delle autorità politiche e sanitarie.

Di seguito tenteremo una rassegna di quelle che ci sembrano le principali analogie e/o differenze tra le due pandemie, senza la pretesa di essere esaustivi né tantomeno di trovare delle risposte definitive, quanto piuttosto con l’obiettivo, da un lato, di comprendere le debolezze umane, che restano evidentemente invariate nel corso della storia, dall’altro di riconoscere gli evidenti progressi compiuti dall’uomo nell’ambito della ricerca scientifica (perché, ricordiamolo, sono tante le malattie un tempo letali, per le quali ora esiste una cura).

Ospedale allestito per far fronte alla spagnola

By (Image: courtesy of the National Museum of Health and Medicine, Armed Forces Institute of Pathology, Washington, D.C., United States.) – Pandemic Influenza: The Inside Story. Nicholls H, PLoS Biology Vol. 4/2/2006, e50 https://dx.doi.org/10.1371/journal.pbio.0040050, CC BY 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1441923

L’origine del virus

Per quanto ci è dato sapere, l’epidemia di Covid è partita dalla città cinese di Wuhan, ma sin da subito l’opinione sia del pubblico che degli esperti si è divisa tra chi sosteneva un’origine “naturale” del virus (il mercato di Wuhan, il pangolino, il salto di specie) e chi invece sospettava un virus costruito in laboratorio e sfuggito al controllo – e anche qui divisi, tra chi parlava di errore umano e chi di complotto per ridurre il numero di abitanti della terra.

Allo stato attuale delle conoscenze entrambe le ipotesi, quella naturale e quella di laboratorio (insieme all’errore umano, perché l’ipotesi del complotto mondiale preferiamo evitare di prenderla in considerazione), potrebbero risultare plausibili. Che si propenda per l’una o per l’altra, però, è evidente che alla base di entrambe ci sia quella che forse è la prima reazione umana di fronte a un evento imprevisto e soprattutto drammatico: la ricerca del colpevole. Parlando nello specifico di Covid, individuare la causa della pandemia non avrebbe una ricaduta importante solo dal punto di vista psicologico: sapere se ci si trova di fronte ad un fatto casuale e imprevedibile, oppure di fronte a un errore umano probabilmente evitabile, cambierebbe radicalmente la prospettiva e l’impatto della paura nei confronti di eventuali e analoghi eventi futuri. Detto in altri termini: ci rassegniamo al probabile ripetersi dell’evento casuale, oppure mettiamo in atto protocolli più rigidi e severi che scongiurino un eventuale errore umano nel corso di una sperimentazione su virus?

Anche ai tempi della spagnola ci fu l’immediata ricerca del colpevole: il nome stesso dato all’epidemia era frutto della ricerca di responsabilità, attribuita erroneamente alla Spagna solo perché fu la prima a parlarne. Nella stessa Spagna, peraltro, l’epidemia fu ribattezzata “influenza del soldato napoletano” e in Italia si parlò di “influenza tedesca” –nel contesto di una chiara propaganda politica contro il nemico. In alcuni Paesi della Triplice Intesa (Francia, Gran Bretagna, Russia) si parlò addirittura di virus creato appositamente nei laboratori tedeschi come arma batteriologica per vincere la guerra.

La condivisione delle informazioni

Anche in un’epoca come la nostra, in cui abbiamo l’illusione di poter conoscere tutto, ovunque e immediatamente, la condivisione delle informazioni disponibili sul virus, nella prima fase della diffusione dell’epidemia, è stata tutt’altro che trasparente – anzi, palesemente ostacolata dalle autorità cinesi.

Senza entrare nel merito di questioni che esulano dallo scopo del presente articolo, è apparso chiaro il tentativo di nascondere informazioni che avrebbero potuto essere rilevanti, nella speranza forse di difendere un’immagine internazionale che altrimenti sarebbe stata irrimediabilmente danneggiata – come del resto è accaduto in seguito.

Sebbene con motivazioni diverse, anche ai tempi della spagnola ci fu un tentativo (purtroppo riuscito) da parte delle alte sfere nel controllare le informazioni in merito all’epidemia dilagante: le autorità politiche – comprese quelle italiane – preferirono censurare l’informazione e nascondere la realtà finché fu possibile farlo, arrivando ad eccessi ai nostri occhi stravaganti, come il divieto di suonare le campane a morto o addirittura di pubblicare necrologi. Questo per non diffondere il terrore tra la popolazione e soprattutto per non recare danno a un’economia già duramente provata dal conflitto mondiale. Il risultato fu insieme paradossale e drammatico: ai giornali, unica fonte di informazione dell’epoca, fu vietato, da un lato, diffondere notizie “disfattiste”, ma dall’altro fu richiesto di divulgare le misure cautelari decise dalle autorità (chiusura dei teatri, dei luoghi di ritrovo …) e gli atteggiamenti consigliati per contenere la diffusione del virus (isolamento dei malati, uso di mascherine, …). Lo smarrimento che ne derivò tra la popolazione fu tra le cause che contribuirono, secondo quanto sostenuto dagli studiosi, alla diffusione incontrollata del virus.

La sottovalutazione del rischio

La mancata percezione dell’entità della pandemia e il tentativo di minimizzarne l’aggressività hanno portato, soprattutto nella prima fase, alla credenza diffusa (peraltro avallata anche da alcune autorità del mondo politico e sanitario) che il virus fosse poco più di una comune influenza e che colpisse in maniera grave solo persone debilitate da malattie concomitanti o pregresse.

Agli occhi di qualcuno potrebbe sembrare un tentativo lecito e in buona fede per non generare il panico tra la popolazione, ma in un momento in cui le informazioni sul virus erano evidentemente carenti forse sarebbe stato più opportuno insistere sull’adozione di misure precauzionali e sulla presa di coscienza di un potenziale pericolo globale, piuttosto che minimizzare la situazione (peraltro in mancanza di dati che giustificassero tale scelta).

La diffusione di fake-news

L’iniziale sottovalutazione del pericolo da parte delle autorità politiche nei primi mesi del 2020, e in taluni casi anche da parte delle stesse autorità sanitarie, a fronte del successivo aumento repentino dei ricoveri in terapia intensiva e dei decessi, ha contribuito ad alimentare un clima di sfiducia nei confronti delle stesse: questo clima, sommato alla mancanza di cure immediate in grado di arrestare la malattia e ad evidenti disaccordi (quando non vere e proprie contraddizioni) da parte del mondo sanitario, ha preparato un substrato fertile per la diffusione di dicerie in merito a presunti rimedi miracolosi, che, quando non semplicemente inefficaci, potevano addirittura risultare seriamente pericolosi. Un esempio su tutti, la diceria sulla presunta efficacia dei gargarismi con la candeggina o l’assunzione di acido acetico, che ha costretto il Ministero della Salute a pubblicare una lista di fake-news sulla pandemia, smentendole una ad una [6].

Anche ai tempi della spagnola la Medicina si trovò completamente impreparata nell’offrire risposte adeguate di fronte a quella che era a tutti gli effetti una malattia fino a quel momento sconosciuta. Nel clima di disperata ricerca di una terapia risolutiva, pullulavano messaggi pubblicitari ingannevoli su presunti rimedi efficaci, che andavano da pillole per la tosse, a disinfettanti di ogni tipo, a clisteri con olio di ricino: emblematico fu il caso, riportato dal Corriere della Sera nell’ottobre 1918, di un cittadino milanese morto per avvelenamento da metalli pesanti, in seguito a un’iniezione prescrittagli da un medico senza troppi scrupoli [5].

La rabbia nei confronti della classe politica e le teorie del complotto

Non solo la classe medica, ma anche quella politica fu bersaglio dello scontento popolare all’epoca della spagnola. La mancanza di un’informazione chiara, la percezione di ricevere notizie contradditorie, il disorientamento generale e il malessere esacerbato dalla guerra non fecero altro che alimentare il clima di generale sfiducia e diffidenza nei confronti di uno Stato che non sembrava dimostrarsi all’altezza della situazione. Ciò accadde soprattutto tra i ceti meno abbienti della popolazione, tra i quali cominciò a circolare la voce che fosse stato lo stesso Governo a diffondere l’infezione, per ridurre le bocche da sfamare ed esercitare una sorta di controllo sulla popolazione. Il quotidiano “Il Tempo” denunciò, in un articolo poi censurato (ma conservato a Roma presso l’Archivio di Stato), un episodio avvenuto nel Sud Italia, dove, a seguito di un tumulto popolare, furono uccisi due militari, considerati dalla folla untori mandati dal Governo [6].

Molte sono state le teorie del complotto fiorite in questi tempi di Corona virus: una fra tutte – e forse la più diffusa a livello globale – vede il fondatore di Microsoft, Bill Gates, insieme ad un non ben identificato gruppo di influenti personalità a livello mondiale, come il responsabile della pandemia, frutto – a detta dei complottisti – di un esperimento in atto già da diversi anni. Lo scopo? Decongestionare la popolazione mondiale e dar vita ad una vaccinazione di massa per impiantare microchip nelle persone, così da poterle monitorare per sempre. Di nuovo, non entriamo nel merito di teorie che esulano dallo scopo del presente articolo: ci limitiamo ad osservare come l’incertezza e la disinformazione rappresentino spesso facile appiglio a teorie che offrono scorciatoie all’umano desiderio di comprendere una realtà che altrimenti risulterebbe troppo dura o difficile da accettare.

Il dilagare di teorie complottiste, per inciso, ha spinto la Commissione Europea a pubblicare una serie di infografiche didattiche, che contrastassero e smentissero le improbabili teorie sulla diffusione del Covid [7].

In sintesi, dunque, sono parecchie le analogie identificabili in termini di comportamenti sociali, di paure, di ricerca di responsabilità (o di “scarico” di responsabilità…) tra quanto avvenuto nel corso della pandemia di spagnola nel 1918 e quanto sta avvenendo attualmente con la pandemia di Covid – a significare che le reazioni umane tutto sommato restano sempre le stesse, soprattutto quando ci si trova a fronteggiare un nemico invisibile e sconosciuto, nei confronti del quale ci si trova impreparati e disarmati (per utilizzare la metafora bellica tanto in auge in questi tempi di “lotta” e “trincea”).

Meno calzanti, invece, risultano i paragoni in ambito strettamente medico-scientifico:

  • le strutture ospedaliere oggi a disposizione – pur con i limiti e le difficoltà emerse in un momento di evidente sovraccarico – sono ben diverse dagli ospedali da campo allestiti durante la prima Guerra Mondiale;
  • diversa (e innegabilmente superiore) è la preparazione medica;
  • diverse e fortunatamente più efficaci – sebbene non sempre ancora risolutive – sono le terapie farmacologiche a nostra disposizione (ricordiamo che la spagnola si è estinta presumibilmente per la raggiunta immunità di gregge: nessun farmaco né vaccino era disponibile all’epoca);
  • diversa la possibilità di scambio di informazioni tra scienziati di tutto il mondo al lavoro con il medesimo obiettivo.

Dunque perché si insiste nel cercare analogie tra la pandemia spagnola e quella attuale, nell’ostinato tentativo, utilizzando i dati del 1918, di predire l’andamento della pandemia di Covid? Forse, come ipotizzano gli autori di un interessante articolo pubblicato sullo Smithsonian Magazine [8], per una sola ragione, che è anche l’unica analogia in cui tutti noi speriamo: la pandemia di spagnola è terminata.

Influenza spagnola e Covid a confronto

Il virus responsabile dell’epidemia di Spagnola che decimò la popolazione mondiale nel 1918-19 è un virus influenzale, identificato con la sigla H1N1.

I virus influenzali nell’uomo sono di tre tipi, classificati con le lettere dell’alfabeto A, B e C. I virus di tipo A si suddividono a loro volta in sottotipi, sulla base di due antigeni di superficie (gli antigeni sono quelle porzioni che, esposte all’esterno della cellula infettata, scatenano la risposta immunitaria anticorpale), H ed N. Delle 144 possibili combinazioni tra i sottotipi H ed N, solo 3 sono state identificate nei ceppi virali in grado di infettare l’uomo: H1N1 (Spagnola, 1918), H2N2 (Asiatica, 1957), H3N2 (Hong Kong, 1968).

I coronavirus (CoV), invece, sono un’ampia famiglia di virus respiratori, che possono causare malattie da lievi a moderate a gravi, dal comune raffreddore a sindromi respiratorie come la MERS (sindrome respiratoria mediorientale) e la SARS (sindrome respiratoria acuta grave). Sono chiamati così per le punte a forma di corona presenti sulla superficie.

Immagine modificata a partire da CDC/Dr. Fred Murphy – This media comes from the Centers for Disease Control and Prevention‘s Public Health Image Library (PHIL), with identification number #4814.Note: Not all PHIL images are public domain; be sure to check copyright status and credit authors and content providers., Pubblico dominio, Collegamento

Il virus responsabile della spagnola (H1N1) – che appartiene alla famiglia dei virus influenzali – e quello responsabile del Covid (SARS-CoV2) – che appartiene alla famiglia dei Coronavirus – sono entrambi virus a RNA: l’RNA è, in parole semplici, la forma in cui è contenuto il materiale genetico virale (le cellule più complesse, come quelle umane, racchiudono invece l’informazione genetica nel DNA). La replicazione tramite RNA è meno elaborata rispetto a quella con DNA: questo da un lato permette una maggiore velocità di replicazione (indispensabile per la sopravvivenza del virus), ma dall’altro comporta un più alto rischio di errori nella replicazione stessa. Questi errori sono alla base delle ben note mutazioni genetiche tipiche dei virus influenzali – che fanno sì che ci si debba vaccinare ogni anno per far fronte ad un virus significativamente mutato rispetto all’anno precedente.

Oltre agli errori di replicazione esiste un’altra possibile e frequente causa di mutazione: il materiale genetico dei virus influenzali è organizzato in segmenti, che possono essere interamente sostituiti con segmenti di altri virus influenzali (di fatto si tratta di uno scambio di materiale genetico in senso “migliorativo”), causando il noto fenomeno della ricombinazione genica, responsabile della rapida evoluzione di alcuni tipi di virus influenzali. Esiste un consistente numero di prove scientifiche a sostegno dell’ipotesi che le pandemie da virus influenzali originino dal riassortimento genetico con virus dell’influenza A degli animali.

A differenza dei virus influenzali, i Coronavirus attuano una sorta di controllo durante il meccanismo di replicazione dell’RNA, che, sebbene meno complesso rispetto alla duplicazione con DNA, consente loro di diminuire il rischio di mutazioni e rende in definitiva il virus più stabile. Per fare un esempio concreto e attuale, rispetto alla sequenza originaria del SARS-CoV-2 identificata a Wuhan nel dicembre 2019, nel giugno 2020 erano state evidenziate meno di 10 mutazioni (in 30-mila porzioni di genoma), nonostante il virus avesse viaggiato praticamente in tutto il globo; il virus dell’influenza, per contro, commette 6,5 volte più errori rispetto ad un Coronavirus.

Questa differenza può certamente essere letta in termini positivi, se si pensa all’efficacia di un eventuale (e pare ormai prossimo) vaccino e alla possibilità di una sua copertura a lungo termine, meno inficiata da possibili mutazioni del virus.

[8,9]

Fonti e bibliografia

  1. National Geographic – Le grandi pandemie della storia – Guiomar Huguet Pané
  2. US National Archives
  3. Ministero della Salute
  4. Epicentro – Istituto Superiore della sanità
  5. F. Cutolo “Al tempo della peste. Mentalità e comportamenti popolari durante la spagnola in Italia
  6. Ministero della salute, Covid-19 – Attenti alle bufale 
  7. Commissione Europea – Individuare le teorie del complotto
  8. Agenzia Italiana del Farmaco – BIF XVI N.3 2009 – Influenza A H1N1: dal virus alla pandemia
  9. Smithsonian Magazine – Compare the Flu Pandemic of 1918 and COVID-19 With Caution

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Importante

Revisione a cura del Dott. Roberto Gindro (fonti principali utilizzate per le analisi http://labtestsonline.org/ e Manual Of Laboratory And Diagnostic Tests, Ed. McGraw-Hill).

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