Test sierologico per coronavirus: anticorpi IgM e IgG

Introduzione

Da lunedì 25 maggio, il Ministero della Salute, in collaborazione con Istat e Croce Rossa Italiana, ha avviato un’indagine sull’intero territorio italiano volto a capire quanti soggetti abbiano sviluppato gli anticorpi verso il nuovo coronavirus responsabile della COVID-19, a prescindere dallo sviluppo di eventuali sintomi.

In questi giorni abbiamo letto molto su questo tipo di esame, ma credo che sia opportuno fare un po’ di chiarezza su alcuni punti essenziali.

Perché questa campagna?

Prima di entrare nel merito dei test, cerchiamo di capire la ragione di questa campagna e il motivo del coinvolgimento dell’ISTAT.

Ad oggi noi conosciamo con buona approssimazione il numero dei contagiati gravi, e quindi ospedalizzati, perché positivi al tampone. Abbiamo una buona stima del numero dei morti con COVID (mentre altri Paesi hanno optato per un conteggio dei morti da COVID), mentre non sappiamo quanti cittadini italiani siano realmente venuti a contatto con il virus, perché

  • a molti pazienti con sintomi lievi non è stato effettuato il tampone
  • non sono stati effettuati tamponi ai pazienti asintomatici, sul cui numero girano stime con ampissima variabilità.

Un approccio di grande buon senso di cui a mio avviso non si è parlato abbastanza è quello adottato in Veneto all’inizio dell’epidemia, con il test a tappeto svolto sull’intera popolazione di un piccolo paesino di circa 3000 abitanti, Vo’ Euganeo; questo ha permesso di capire quanto il virus fosse realmente diffuso sul territorio.

Ripetere lo stesso approccio sull’intera popolazione italiana sarebbe ovviamente impraticabile, ma disponiamo di efficaci strumenti per costruire un campione sufficientemente rappresentativo andando testare solo una piccola parte della popolazione; la costruzione del campione, affinché sia il più generalizzabile possibile, è stata affidata all’ISTAT.

Cosa s’intende con test sierologico?

Il termine sierologico significa che l’esame è condotto su un campione di sangue venoso e proprio come un normale esame del sangue questo viene prelevato in genere da una vena nel braccio.

Prelievo di sangue da una vena del braccio

iStock.com/naumoid

Esistono anche test rapidi effettuati su sangue capillare, ossia prelevati da un dito attraverso la puntura di un piccolo ago, ma l’affidabilità è in questo caso ridotta.

Test rapido COVID-19

iStock.com/Ilze Kalve

Che differenza c’è con il tampone?

Il tampone è un esame che serve a capire se il virus sia presente nell’organismo del soggetto testato, sulle mucose respiratorie analizzate e al momento del prelievo; in caso positivo è ragionevole aspettarci che questi sia contagioso e, in quanto tale, dovrebbe procedere ad un isolamento volontario volto a proteggere le altre persone.

Il risultato non fornisce altre informazioni e, peraltro, nulla ci dice sulla presenza e/o gravità dei sintomi o su quando sia avvenuto il contatto con il virus.

Il test sierologico, anche chiamato esame degli anticorpi IgM e IgG, ha invece l’obiettivo di cercare nel sangue la presenza di anticorpi prodotti verso il virus, il cui dosaggio ci permette alcune importanti informazioni complementari, ossia diverse da quanto suggerito dal tampone. È importante sottolineare questo aggettivo, complementare, perché le informazioni restituite sono differenti ed integrano quelle ottenute dal tampone. A conferma di questo segnaliamo che la campagna del Ministero prevede che “in caso di diagnosi positiva, l’interessato verrà messo in temporaneo isolamento domiciliare e contattato dal proprio Servizio sanitario regionale o Asl per fare un tampone naso-faringeo che verifichi l’eventuale stato di contagiosità.”

Come interpretare il risultato del test?

Per capire come interpretare l’esito del test dobbiamo fare un passo indietro e comprendere cosa succede quando il virus raggiunge l’organismo e riesce a colonizzarlo; raccomando di assumere il conteggio di giorni e settimane come semplificazioni a scopo divulgativo in quanto non ancora definite nel dettaglio e apparentemente piuttosto variabili nella popolazione.

  • Poniamo che oggi io venga contagiato; il virus raggiunge una mucosa, ad esempio il naso, e supera le mie difese.
  • Per qualche giorno non avrò alcun sintomo e, se anche mi sottoponessero a tampone o sierologico, non rileverebbero nulla.
  • Ad un certo punto, diciamo indicativamente a 5 giorni dal contagio, io starei ancora benissimo, ma un eventuale tampone sarebbe positivo. Il virus si sarebbe già sufficientemente replicato per poter essere isolato e riconosciuto. Un eventuale sierologico, invece sarebbe ancora negativo, perché il mio organismo non si sarebbe ancora organizzato in modo specifico contro il nuovo coronavirus.
  • Dopo ulteriori 2-3 giorni esordirebbero i sintomi, ma dal punto di vista diagnostico non sarebbe cambiato nulla: tampone positivo e sierologico negativo.
  • Arriviamo a circa 4 settimane dal contagio: il tampone sarebbe probabilmente ancora positivo, ma finalmente lo sarebbe anche il sierologico. Il mio organismo ha riconosciuto la minaccia, si è organizzato, ed ha iniziato a produrre contromisure specifiche:
    • Anticorpi IgM, compaiono nella fase iniziale, a pochi giorni dall’esordio dei sintomi e tendono poi a sparire abbastanza rapidamente
    • Anticorpi IgG, compaiono un po’ più tardi rispetto agli IgM, ma durano molto più a lungo (per alcune malattie come la varicella, ad esempio, si rilevano nel sangue per tutta la vita del paziente che l’ha contratta, sono infatti gli esami utilizzati per verificare se un soggetto abbiamo o meno contratto la malattia, oppure se si sia sottoposto con successo alla vaccinazione).
  • A circa 6 settimane dal contagio se non avessi sviluppato complicazioni e facessi un tampone questo sarebbe probabilmente negativo, indicando la scomparsa del virus dall’organismo (o quantomeno dalla mucosa analizzata dal tampone, ma non divaghiamo). Sarebbero negativi anche gli Igm, mentre rimarrebbero positivi gli IgG, per quanto tempo ancora non lo sappiamo.

Riassumendo, possiamo così interpretare un sierologico per COVID-19:

  1. IgM negativo, IgG negativo: Il paziente non è mai entrato in contatto con il virus, oppure il contatto è abbastanza recente.
  2. IgM positivo, IgG negativo: Il paziente è presumibilmente in fase contagiosa, è necessario verificarlo con un tampone.
  3. IgM positivo, IgG positivo: Il paziente è presumibilmente in fase contagiosa, è necessario verificarlo con un tampone.
  4. IgM negativo, IgG positivo: Il paziente è stato contagiato diverse settimane fa e probabilmente l’infezione è in fase di risoluzione o già superata, ma potrebbe essere ancora contagioso e verrà richiesto un tampone.

Se in futuro emergeranno prove a sostegno dell’acquisizione di immunità a seguito dell’infezione, questa sarà indicata dalla condizione descritta dal quarto e ultimo punto, la sola presenza residua di IgG nel sangue.

In ogni caso è bene ricordare che sia il tampone che il sierologico sono come fotografie scattate in un preciso momento della vita di una persona; non possiamo per esempio escludere, per assurdo, che un paziente privo di anticorpi verso il coronavirus al momento del prelievo, li sviluppi il minuto successivo in seguito ad un’infezione molto recente e risalente a pochi giorni prima.

E le IgA cosa sono?

Si tratta di immunoglobuline, cioè anticorpi, isolabili nelle mucose respiratorie; sono valutate in alcuni test, ma sicuramente hanno ad oggi un’importanza inferiore rispetto a IgM ed IgG.

I sierologici sono tutti uguali?

No, non sono tutti uguali ed è anzi molto importante comprendere almeno in linea generale le diverse tipologie disponibili. La prima grande distinzione va fatta tra

  • test qualitativi, come i test rapidi condotti sul dito, che restituiscono un risultato positivo-negativo in base alla presenza o meno degli anticorpi cercati;
  • test quantitativi, ossia il vero sierologico, che permette di valutare non solo l’eventuale presenza degli anticorpi, ma anche la quantità presente.

I test quantitativi sono in genere più affidabili, e fra poco vedremo cosa s’intende in questo caso parlando di affidabilità, ma permette anche di verificarne eventualmente l’andamento nel tempo, così da capire in che punto della curva si trova il paziente.

Quando si sceglie volontariamente di sottoporsi al test è raccomandabile rivolgersi a laboratori di comprovata serietà, che utilizzino test validati clinicamente, ossia di cui si conoscano con esattezza sensibilità e specificità.

Ma cosa s’intende con questi due termini?

Sensibilità di un test

La sensibilità ci dice quanti soggetti contagiati risultano effettivamente positivi al test; se ad esempio un test ha una sensibilità non inferiore al 90%, significa che testando 100 soggetti che presentano realmente anticorpi in circolo, 10 di essi otterranno un risultato negativo, un tipo di errore definito “falso negativo”.

Specificità di un test

La specificità è invece un parametro che ci dice quanti soggetti privi di anticorpi risultino effettivamente negativi al test; se ad esempio un test ha una specificità pari al 95%, significa che su 100 soggetti mai venuti a contatto con il virus otterranno comunque un risultato positivo, per errore, definito “falso positivo”.

Quali sono i valori di sensibilità e specificità degli attuali test?

Ai laboratori che collaborano con la campagna ministeriale sono richiesti esattamente i valori che ho citato nell’esempio:

  • sensibilità non inferiore al 90%
  • specificità non inferiore al 95%

90 e 95% sembrano tutto sommato valori buoni, vero? Sì, sono test abbastanza buoni e comunque in linea con quello che c’è attualmente disponibile sul mercato, ma vale la pena fare comunque qualche ulteriore considerazione.

  • Prendendo a titolo di paragone un test per l’HIV, ci troviamo di fronte ad un’accuratezza sensibilmente più elevata, con sensibilità pari al 99.7% e specificità pari al 98.5% (fonte); si tratta di differenze realmente sostanziali, ma è inevitabile che i sierologici destinati al COVID-19 abbiamo problemi di giovinezza che verranno superati nei prossimi mesi.
  • Esiste infine una considerazione di tipo puramente matematico, che spesso viene ignorata anche da molti professionisti sanitari. Se la malattia fosse poco diffusa nella popolazione, ipotizziamo per esempio che solo il 5% della popolazione abbia realmente contratto il coronavirus, si può dimostrare che un test con una specificità del 95% si tradurrebbe in una probabilità del 50% di un falso positivo.

Un esito positivo del sierologico con tampone negativo significa essere immuni?

Questa è la speranza condivisa da tutti i ricercatori impegnati in prima linea, ma purtroppo ad oggi la risposta è ancora “non necessariamente”.

Buona parte della comunità scientifica attualmente ritiene che lo sviluppo di anticorpi consenta di beneficiare di almeno una temporanea immunità, qualche virologo stima almeno qualche mese, ma si tratta appunto di stime su cui c’è ancora molto da lavorare.

Ma ancora una volta la questione è più complessa di così, quello che dovremo capire nei prossimi mesi è se un’eventuale immunità consenta di prevenire solo nuovi sintomi, o anche un nuovo ingresso del virus nell’organismo, con conseguenze profondamente diverse in termini di potenziale circolazione del virus ed immunità di gregge.

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Importante:

Revisione a cura del Dr. Guido Cimurro (fonti principali utilizzate per le analisi http://labtestsonline.org/ e Manual Of Laboratory And Diagnostic Tests, Ed. McGraw-Hill).

Le informazioni contenute in questo sito non devono in alcun modo sostituire il rapporto medico-paziente; si raccomanda di chiedere il parere del proprio dottore prima di mettere in pratica qualsiasi consiglio od indicazione riportata.


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