PTSD (disturbo post-traumatico da stress): significato, sintomi e cura

Significato e definizione

Il disturbo post-traumatico da stress, indicato anche con l’acronimo PTSD (post-traumatic stress disorder), è un disturbo di natura psichiatrica individuato e riconosciuto dagli addetti del settore nella sua specificità clinica solo a partire dagli anni 80 del Novecento benché, da fonti della letteratura, è possibile rilevare la sua presenza anche in epoche precedenti.

L’American Psychiatric Association (APA), la più grande associazione di psichiatri nel mondo, ha recentemente incluso il PTSD nella categoria dei “Disturbi correlati al Trauma e allo Stress”, mentre precedentemente era stato classificato come un disturbo d’ansia.

Vediamo insieme di cosa si tratta e perché questo disturbo viene nominato facendo ricorso proprio i termini “trauma” e “stress”.

La letteratura e gli studi scientifici stimano che molte persone, circa il 60% della popolazione mondiale, durante il corso della loro esistenza vengano a contatto o abbiano vissuto un’esperienza traumatica; questa non ha una descrizione oggettiva o una definizione univoca, in quanto ognuno di noi vive e reagisce alle situazioni in modo personale ed altamente soggettivo, ed è proprio questo un punto cruciale su cui ricercatori e studiosi del disturbo post traumatico da stress si sono concentrati a lungo.

Anche se non è stato possibile raggiungere una definizione di “trauma” che fosse condivisa dall’intera comunità medico-scientifica, è possibile ricondurre questo termine ad un accadimento od un evento responsabile dell’insorgenza nell’organismo e parallelamente nella mente e nelle funzioni cognitive in particolare, di sensazioni e tracce mnemoniche particolarmente spiacevoli ed in grado di destare destano preoccupazioni nel soggetto interessato ( in questo caso si tratta di trauma minore “t”). Quando invece si maturi la percezione di una minaccia alla propria incolumità, o addirittura la paura di morire od il timore per la vita di una persona cara, il trauma è più severo (trauma “T”).

Per quanto concerne lo “stress” possiamo brevemente dire che quotidianamente tutti noi rispondiamo agli eventi della vita in modo “stressante”, ossia stimolando il nostro organismo a reagire per far fronte a tutti gli avvenimenti siano essi positivi o negativi; è tuttavia necessario distinguere però lo stress positivo, ovvero quello che ci spinge ad attivarci e ci fornisce la giusta energia per affrontare i compiti e le azioni che svolgiamo durante la giornata, da quello negativo, che potrebbe al contrario generare il profilo clinico connotato da disturbi di carattere

  • biologico (difficoltà legate al sonno e marcato arousal, ossia ipervigilanza ed iperattivaizone non giustificata),
  • neuropsicologico (difficoltà di attenzione e concentrazione, pensieri intrusivi e ricorrenti con connotazione negativa e dolorosa, incapacità a provare emozioni e sensazioni positive e piacevoli),
  • comportamentale (fuggire sia fisicamente che mentalmente da luoghi, oggetti e pensieri che sono connessi agli episodi ritenuti traumatici)
  • ed infine relazionali (difficoltà nella gestione dei rapporti amicali, di coppia e professionali).

Risulta fondamentale, al momento della diagnosi di un disturbo postraumatico da stress comprendere quanto tempo sia passato dall’esposizione all’evento considerato traumatico e quanto perdurino le caratteristiche connesse allo stress e al trauma prima riportate. È necessario, infatti, che siano trascorsi almeno sei mesi per poter ipotizzare un quadro diagnostico di PTSD, proprio perché i sintomi potrebbero fare la loro comparsa col passare del tempo.

Dal momento che il disturbo post-traumatico è causato da una disfunzione nella risposta allo stress connesso ad un accadimento o un episodio percepito come traumatico o, più correttamente, traumatogeno (per sottolineare che la sfumatura più o meno grave è data proprio dal soggetto che lo vive), possiamo giungere alla conclusione, verificata anche dagli studiosi ed esperti della psichiatria, che ad esserne maggiormente colpiti siano coloro che appartengono ad alcune categorie di professionisti o appartenenti a condizioni socioculturali specifiche anziché altre.

Inizialmente il disturbo post-traumatico da stress venne proprio identificato e studiato a partire dai casi di soldati che, a seguito della partecipazione a scontri bellici cruenti, mostravano chiari segni di disfunzione nella gestione delle più semplici attività quotidiane, mostrandosi ipervigili ed impauriti da eventi considerati innocui dalla maggior parte della gente. Si parlò di “shock da bombardamento”, ma col tempo si capì che anche i civili potevano soffrire di PTSD, che si trattava cioè di una conseguenza dai connotati più ampi e non limitati agli ambienti strettamente militari. Le Nazioni Unite stimano che nei soggetti coinvolti a vario titolo nei contesti di guerra la percentuale di PTSD è la più alta tra tutte le categorie di lavoratori ed oscilla addirittura tra il 15% ed il 30% della popolazione (Sonne, 2016).

Oltre ai veterani di guerra sono anche i rifugiati o i richiedenti asilo politico, le persone che lavorano in ambito medico o legale ad essere più a rischio proprio per la qualità del loro stile di vita e per l’esposizione maggiore rispetto alla media verso situazioni con forte connotazione emotiva.

Vale la pena notare che, a seguito della diffusione della pandemia da Sars-Cov-2, si è registrato un aumento dei casi di PTSD in alcune categorie di medici e paramedici che lavorano nelle terapie intensive e tra coloro che, a causa del virus, hanno tristemente perso parenti ed amici (Tonelli, 2020).

Sintomi e comportamenti tipici

I sintomi del disturbo post-traumatico da stress sono estremamente invalidanti per chi ne soffre e riguardano la presenza di comportamenti e pensieri intrusivi, che si manifestano cioè in modo improvviso e spesso contro la volontà o il controllo dell’individuo.

Possiamo annoverare tra questi il rivivere tramite flashback gli episodi ritenuti traumatici, la presenza di pensieri ricorrenti negativi che compaiono anche in un apparente stato di quiete o di inattività del soggetto, incubi che rimandano all’accadimento ed anche sintomi di tipo fisico quali la comparsa di eccessiva sudorazione, eccitazione ed iperventilazione in presenza di oggetti, persone o luoghi connessi all’evento scatenante.

È comune rilevare l’improvvisa insorgenza di fobie, quali l’agorafobia (paura uscire da soli e di stare in spazi aperti o in mezzo alla gente) e claustrofobia (paura degli spazi chiusi, quali ad esempio l’ascensore); a questo proposito possiamo notare che il soggetto mette in atto anche le cosiddette “condotte di evitamento”, termine che fa riferimento a tutte le strategie fisiche e mentali che vengono attuate per fuggire dagli stimoli che rimandano alla causa scatenante il disturbo post-traumatico da stress. È come se il soggetto si volesse difendere da questi stimoli dolorosi scappando o evitandoli.

Tra i sintomi che caratterizzano il PTSD annoveriamo anche quelli facenti parte dei disturbi dell’umore e la presenza di disfunzioni cognitive, quali amnesie e dissociazioni.

In particolar modo per la sfera dell’umore possono essere presenti stati di agitazione e iperattività oppure al contrario comportamenti caratterizzati da apatia, scarsa energia e stanchezza fisica cronica e nei casi più gravi depressione.

Invece, a livello cognitivo, il soggetto può attuare ed attivare inconsciamente altri meccanismi di difesa quali l’amnesia dissociativa, che consiste nella rimozione dalla mente di alcuni parti o dettagli dell’episodio accaduto o mediante una distorsione del ricordo, modificandone il contenuto. Un altro sintomo che si manifesta nella sfera cognitiva riguarda la presenza di pensieri negativi e alterati sulla propria persona e che tendono all’autosvalutazione e all’autodenigrazione.

I soggetti con disturbo post-traumatico da stress manifestano infine comportamenti caratterizzati da risposte esagerate agli stimoli, rabbia, aggressività e un’ipervigilanza che li porta ad essere sempre sul “chi va là”.

Complicanze

È inevitabile dedurre che coloro i quali sviluppano un PTSD mostrano notevoli difficoltà nella ricerca di uno stile di vita sano, oltre ad una frequente difficoltà a mantenere buone relazioni sociali ed amicali.

Talvolta i flashback, ossia il rivedere mentalmente le scene legate all’evento traumatico vissuto, diventano così difficili da tollerare che il soggetto perde la capacità di uscire da casa e di lavorare.

Il meccanismo che si innesca e che sta alla base di questi comportamenti è da riconnettere ad un errato funzionamento da parte del sistema cognitivo e del sistema nervoso, che ripropone costantemente lo stesso vissuto spiacevole con le medesime emozioni provate durante l’esperienza traumatica, ma senza poi consentire al paziente di portare a termine in modo corretto e sano la propria elaborazione; chi ha un PTSD rimane quasi intrappolato in un film che si ripete all’infinito e che il cervello trasmette senza che vi sia possibilità di assimilarlo e superarlo. Il paziente tenta di risolvere e fronteggiare questa situazione problematica con meccanismi e strategie che tuttavia non sono proficue e che rendono al contrario ancor più difficoltosa la propria esistenza.

In conseguenza alla presenza di un disturbo post-traumatico da stress è possibile sviluppare altri quadri psichiatrici quali:

Le complicazioni riguardano dunque tanto un’esacerbazione e cronicità dei sintomi, quanto una serie di tentativi inappropriati e disfunzionali che l’individuo involontariamente mette in atto per ovviare ai sintomi stessi.

Cause

Il PTSD è l’unico disturbo ad avere una palese relazione causale con un evento o un episodio che, come abbiamo avuto modo di vedere precedentemente, riguarda l’esposizione a morte o minaccia di morte, gravi lesioni, oppure a vari tipi di violenza.

Ribadiamo ancora una volta che l’origine del disturbo non è rintracciabile nell’episodio in sé ma, nell’insieme di fattori che riguardano in primis come il soggetto è in grado di fronteggiare l’accaduto e secondariamente la disponibilità delle risorse e strategie che sarà in grado di attivare o non attivare nel corso del tempo.

L’episodio scatenante è sempre reale ed esterno alla persona e rappresenta un potenziale pericolo per l’incolumità della stessa. Può essere di natura improvvisa oppure può presentarsi a cadenza regolare (ad esempio in forma di violenza sessuale o fisica)

Alcune tra le cause più studiate in grado di portare allo sviluppo di un disturbo post-traumatico da stress sono rappresentate da:

  • aggressione fisica reale o minaccia di aggressione,
  • violenza sessuale reale o minaccia di violenza,
  • attacco terroristico,
  • gravi incidenti d’auto,
  • disastri e calamità naturali,
  • torture,
  • esplosioni da bomba atomica.

Ricordiamo che i sintomi possono manifestarsi anche a distanza di settimane dall’accaduto, quindi, non bisogna limitarsi all’osservazione di ciò che accade nell’individuo in concomitanza dell’episodio o nei giorni immediatamente successivi.

Terapia

È essenziale che il soggetto con PTSD riesca a superare e risolvere le problematiche che vive quotidianamente e che rappresentano per lui un grosso limite sociale, relazionale e professionale.

Per riuscire in questo obiettivo è spesso utile che venga supportato ed accompagnato da esperti psichiatri o terapeuti che si occupano di PTSD e gestione del trauma.

Solo professionisti adeguatamente formati per intervenire e co-costruire insieme al paziente un percorso quanto più idoneo possibile alle sue esigenze e caratteristiche consentiranno di tracciare la via che porterà il soggetto a riappropriarsi della propria vita, ossia a quella che conduceva prima del trauma.

Gli interventi attuabili e le strategie che risultano essere utili nei casi di PTSD sono principalmente:

  • Psicoterapia sia di gruppo che individuale: l’intervento classico per definizione che riporta l’individuo ad indagare sulle cause degli eventi che si stanno verificando scavando nel passato. In gruppo si beneficia della condivisione dell’accaduto e di una più corretta rielaborazione sulla base di una condizione comune; vi si ricorre spesso nelle situazioni in cui i componenti erano presenti nello stesso tempo durante l’accaduto o hanno vissuto esperienze simili e le hanno già superate, fungendo in questo caso da esempio positivo per gli altri che stanno ancora fronteggiando il problema. Il terapeuta dovrà essere abile a costruire un clima non giudicante e reale in modo da consentire al paziente di far emergere le proprie sensazioni in modo sicuro ed accogliente e non consolidare pericolosi ricordi falsificati dai meccanismi di difesa. Essenziale ristabilire un senso del proprio sé senza paure né vergogna e potenziare i meccanismi sani e funzionali che consentono di fronteggiare gli eventi della vita siano essi positivi o negativi.
  • Terapia farmacologica, spesso combinata ad interventi di altro tipo quali quelli psicoterapeutici. Tra le più accreditate indicazioni in campo farmacologico ritroviamo la somministrazione di inibitori della ricaptazione della serotonina (SSRI). Non si tratta ad ogni modo di interventi risolutivi, ma di cure temporanee da somministrare in modo estremamente ponderato e solo quando gli esperti lo ritengano strettamente necessario soprattutto in presenza di importanti conseguenze di tipo umorale (depressione maggiore).
  • Terapia cognitivo- comportamentale: ha l’obiettivo di correggere le disfunzioni cognitive riguardanti la considerazione della propria persona ( nei casi di autosvalutazione ad esempio) ma anche la valutazione a livello emotivo delle situazioni che si affrontano. Riporta il soggetto a vedere se stesso e la realtà che lo circonda in modo appropriato e non esasperato o falsato dai sintomi. Talvolta si ritiene opportuno ripresentare elementi connessi al trauma in modo da desensibilizzare il loro potere di scatenare emozioni negative e paure. Attraverso l’esposizione ripetuta, in talune terapie, è possibile consentire al soggetto una nuova rilettura degli eventi.
  • L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing, desensibilizzazione e la rielaborazione attraverso i movimenti oculari) che consente, a seguito di indicazioni del terapeuta circa alcuni movimenti oculari da mettere in atto in particolari momenti del racconto del soggetto o dello scambio comunicativo e con peculiari tempistiche, di reintrodurre in memoria l’accaduto in modo sano ed elaborato efficacemente a livello cognitivo ed emotivo in modo che non costituisca più un elemento di disturbo e fonte di sofferenza. I ricordi vengono rivisti ed esaminati sotto un’altra luce, depotenziati della loro connotazione dolorosa e di sofferenza e inglobati nuovamente in memoria.

Le nuove frontiere di studi dimostrano che anche altri interventi considerati alternativi o ancora in via di validazione scientifica possono apportare buoni risultati nel trattamento del PTSD e dei suoi sintomi, tra questi:

  • Attività fisica integrata a terapia farmacologica o psicoterapia: diversi studi promossi da importanti centri di ricerca ed Università (Institute of Medicine IOM, 2012; Mitchell et al., 2014; Newman & Motta, 2007; Van der Kolk et al., 2014), hanno rilevato l’importanza di intervenire sul corpo attraverso l’esecuzione di specifici esercizi e movimenti che vedono interessati in primo luogo l’apparato muscolo scheletrico, poiché migliorerebbero i sintomi soprattutto quelli di natura emotiva e i disturbi dell’umore con una ricaduta sul benessere generale.
  • Pet Therapy: in particolare l’ESAs (Emotional Support Animals) che porta al raggiungimento di un maggiore benessere fisico e mentale grazie alla vicinanza con un animale domestico (cane, gatto o coniglio). Risultati incoraggianti provengono dagli studi condotti nei casi di eccessivo isolamento o ritiro sociale a seguito di PTSD. Gli animali indurrebbero il soggetto ad aprirsi maggiormente in campo sociale e relazionale (Esnyra, 2008)
  • Mindfullness: aumenta la flessibilità psicologica nell’accettazione di sentimenti ed emozioni con connotazione dolorosa e negativa. Riporta il soggetto nei qui ed ora, quindi nel presente, proprio perché chi ha un PTSD resterebbe in qualche modo intrappolato nel passato ed ha necessità di riappropriarsi del proprio presente. Grazie a questo intervento si acquisisce una maggiore consapevolezza del proprio corpo e delle proprie funzioni vitali, non ultima il respiro che risulta essere cruciale per ritrovare il proprio sé e il proprio equilibrio mentale.

Prevenzione

Per prevenire l’insorgere di un PTSD è opportuno agire prima che questo possa manifestarsi, ad esempio nel caso di eventi che coinvolgono più persone (calamità naturali, terremoti ad alta intensità o incidenti di massa) sarebbe utile erogare interventi ad ampio raggio a tutta la popolazione coinvolta oppure intervenendo nel più breve tempo possibile in modo da non consentire che i sintomi possano aggravarsi.

È stato osservato in numerosi studi scientifici che, dare l’opportunità ai soggetti coinvolti in eventi traumatici di imparare a gestire le proprie emozioni e i propri pensieri attraverso opportuni programmi di intervento, riduce il rischio di sviluppare un PTSD in seguito.

 

A cura della Dr.ssa Valentina Bruno, Psicologa

 

Fonti e bibliografia

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Importante

Revisione a cura del Dott. Roberto Gindro (fonti principali utilizzate per le analisi http://labtestsonline.org/ e Manual Of Laboratory And Diagnostic Tests, Ed. McGraw-Hill).

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